Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


martedì 28 febbraio 2012

Cosa ci fa una specie così intelligente come la nostra in un dilemma come questo?

Traduzione da "Cassandra's Legacy" di Massimiliano Rupalti


Questo post di George Mobus, pubblicato su " Question Everything", va al cuore del problema; correttamente definito come “dilemma irrisolvibile" ("predicament" in inglese). Semplicemente non siamo attrezzati per affrontare la complessità che abbiamo creato. Ora, sembra che non possiamo fare altro che guardare il banchetto delle conseguenze

Troppo intelligente per il nostro bene;
di Craig Dilworth

Recensione di George Mobus

Un paradosso

Molti anni fa credevo, come la maggior parte della gente oggi, che l'intelligenza fosse la chiave per risolvere tutti i problemi dell'umanità (leggi innovazione, che supererà ogni problema, come danno per scontato i "tecnocornucopiani"). Ho passato un parte non breve della mia vita cercando di capire cosa sia l'intelligenza e come il cervello produca le capacità di risolvere i problemi complessi. Ho passato la mia infanzia guardando l'esplosione della scienza che si dispiegava e che è culminata, per esempio, nel portare degli uomini sulla Luna. Sono cresciuto sapendo che c'erano questi cervelli elettronici chiamati computer. Più tardi, ad un'età in cui si è ancora impressionabili, una volta che i prezzi e le dimensioni dei computer sono diminuiti, ho avuto la mia opportunità di giocarci. Mi sono immediatamente innamorato di una macchina che potevo programmare per risolvere rapidamente problemi per risolvere i quali avrei impiegato giorni. E mi sono imbattuto nei lavori di Alan Turing sull'idea che un dispositivo computazionale potesse essere capace di emulare l'intelligenza umana, soprannominata “Intelligenza Artificiale” (AI). Il “Test Turing” ha postulato che dovremmo attribuire intelligenza alle macchine se in una conversazione alla cieca con un vero umano, il secondo possa non accorgersi che sta parlando ad una macchina. Ho cominciato a vedere come una tale meraviglia possa essere realizzata.

Molti anni più tardi sono riuscito ad ottenere un dottorato in scienza del computer programmando un computer non ad emulare l'intelligenza umana, ma l'intelligenza di un neurone con le sue connessione sinaptiche adattative. Queste le ho assemblate in un modello computazionale di un cervello di lumaca, certamente poco evoluto, ed ho mostrato come tali cervelli possano controllare il comportamento e, più importante, emulare l'apprendimento (biochimico) di tipo animale attraverso un condizionamento in stile Pavlov. Mettendo questo cervello in un computer che controlla un piccolo robot Braitenberg ho potuto mostrare come il cervello abbia imparato caratteristiche dal suo ambiente sperimentato e come abbia adattato il proprio comportamento per conformarlo agli stimoli di quell'ambiente (gestito da stimoli causanti dolore e da stimoli di approccio gradevoli). Questo esercizio accademico mi ha fatto cominciare a scavare più a fondo su come funzionino le reti neurali biologiche nei cervelli reali. Ho letto ogni libro che ho potuto trovare e molti articoli di riviste sui vari aspetti delle neuroscienze cercando di capire come funzionavano. L'obbiettivo ovvio di AI era quello di riprodurre un'intelligenza di tipo umano in una macchina. La versione forte di questo programma contemplava anche la produzione di una macchina conscia (per esempio HAL 9000 di "Odissea nello Spazio")

Il campo di AI si è evoluto dai primi giorni ed ha prodotto alcuni prodotti computazionali utili. Ed anche se un programma come Deep Blue (IBM) ha battuto il maestro di scacchi Garry Kasporov e Watson (pure IBM) ha battuto i campioni d'azzardo di tutti i tempi a quel gioco, il fatto è che i computer ancora stimolano solo alcuni aspetti dell'intelligenza e quindi in settori di competenza limitati.


Attraverso l'evoluzione del campo, l'idea di un'intelligenza delle macchine ha generato un interesse considerevole da parte di psicologi, neurobiologi e filosofi. Innanzitutto, i dibattiti su cosa fosse l'intelligenza venivano generati ogni volta che AI sembrava far progressi. Forse uno dei più importanti contributi a questo campo è stato il mostrare come i cervelli reali fossero diversi da come i computer processano i dati. E con ogni nuova realizzazione dei computer, cercando di padroneggiare compiti che in precedenza erano stati pensati per richiedere intelligenza, diventava sempre più chiaro che il tipo di intelligenza umana era molto più complessa e sfumata dei nostri primi modelli. La mia stessa affermazione che il mio robot emulasse una “stupida” lumaca avrebbe potuto essere valida per un livello molto basso di intelligenza, ma è servita solo a sottolineare come i nostri approcci computazionali siano lontani dalla realtà del livello di intelligenza umano.

In ogni caso, le mie incursioni iniziali in AI attraverso fenomeni di apprendimento simulati in strutture simili ai neuroni, mi hanno tenuto agganciato all'idea di capire la realtà. Psicologia e neurobiologia hanno fatto passi così importanti per afferrare la natura dell'intelligenza e della consapevolezza umana che ho essenzialmente smesso di preoccuparmi di AI ed ho rivolto la mia attenzione più pienamente alla ricerca della vera intelligenza umana come oggetto di studio.

Per quanto è stato chiarito, specialmente negli ultimi decenni, sull'intelligenza umana, gran parte del mondo ritiene ancora che l'intelligenza sia la nostra più grande realizzazione mentale. In coppia con la capacità mentale gemella della creatività, l'intelligenza è vista come la quintessenza della cognizione; un genio è uno che ha grandi porzioni di entrambe in confronto agli umani ordinari. Il cervello umano è ritenuto fornire abilità nel risolvere problemi complessi. Noi identifichiamo spesso l'intelligenza con il pensiero razionale (per esempio la logica deduttiva) e portiamo i talenti matematici o scientifici come prova che siamo veramente una specie intelligente. Il solo fatto dell'esistenza della nostra abilità, prova che siamo più intelligenti di una qualsiasi scimmia.

Ma c'è un inconveniente in questo pensiero palliativo. Se provate a spiegare oggettivamente lo stato del mondo oggi come il risultato del nostro essere così intelligenti vi dovete porre una domanda molto importante: se siamo così intelligenti, perché noi umani ci troviamo in una situazione così terribile oggi? La nostra specie sta affrontando una costellazione di problemi straordinari e complessi per le quali nessuno può consigliare soluzioni fattibili (vedete sotto). Ironicamente, questi problemi esistono perché la nostra abilità, la nostra intelligenza, li ha creati. Le nostre attività, intelligenti come abbiamo pensato che fossero, sono le cause dei problemi che, collettivamente, minacciano l'esistenza stessa dell'umanità! Questo sembra un paradosso. Siamo intelligenti abbastanza da creare i problemi, ma non siamo intelligenti abbastanza per risolverli. La mia conclusione è che forse l'intelligenza non è abbastanza. Forse qualcosa di più importante della cognizione è andata perduta permettendo lo sviluppo di questa situazione difficile. Questo è stato il pensiero che ha motivato la mia ricerca di una risposta.

Craig Dilworth, docente di Filosofia Teoretica all'Univerisità di Uppsala in Svezia, si è fatto la stessa domanda da una prospettiva leggermente diversa, ma è arrivato ad una conclusione simile riguardo il ruolo dell'intelligenza nel creare la situazione difficile. In  Troppo intelligenti per il nostro bene Dilworth ricostruisce magistralmente la storia di come gli umani, essendo cosi abili ma ancora motivati dai propri istinti e meccanismi animali, abbiano fatto un vero casino. Detto semplicemente, conclude che l'esperimento evolutivo chiamato Homo Sapiens è intrinsecamente insostenibile. Egli costruisce le prove con cura e sapientemente, anche se ho qualche preoccupazione per quanto riguarda alcuni particolari di poca importanza (che esporrò in seguito). E non lesina le frecciate, quando necessario.


Il dilemma e le cause più probabili.


Buona parte del libro di Dilworth tratta dell'evoluzione dell'attuale specie umana e, in particolare, delle componenti residuali di comportamento umano ereditate dai nostri predecessori animali. In breve, chiarisce i vari meccanismi che stanno sotto a tutte le attività umane e questo dimostra solo quanto gli esseri umani siano realmente delle creature biologiche. Egli trae accuratamente un gruppo di principi dalla fisica, chimica e biologia che spiegano la traiettoria evolutiva che porta molto naturalmente alle scimmie abili. E quindi dichiara che è stata superata una soglia. Lungo le linee dei generi Australopithecus e Homo le loro abilità mentali hanno prodotto comportamenti che nessun altro animale precedente è stato capace di adottare, almeno all'estensione alla quale queste scimmie abili sono state in grado di portarli. In particolare i primi umani (il termine copre diverse specie) hanno imparato a controllare il fuoco, a diventare cacciatori e raccoglitori più efficienti con strumenti fatti da loro stessi e a proteggere sé stessi dalle bizze del clima costruendosi dei ripari e dei vestiti. Questa capacità di inventare e costruire li ha posti in una nuova relazione biologica con il resto del mondo biofisico. Li ha posti sulla strada di quello che Dilworth descrive come il “circolo vizioso”. Gli esseri umani possono estrarre risorse, non rinnovabili e rinnovabili, dall'ambiente ad un tasso crescente, sia pro capite quando cresce la popolazione, sia in termini assoluti. Consumiamo anche queste risorse dopo averle trasformate in forme utilizzabili, come i vestiti. Il nostro consumo, oltre alle devastazioni dell'entropia, significa che stiamo producendo uno spreco di prodotti a tassi crescenti nello stesso quadro dinamico dei tassi di estrazione. E non in grado di aiutarci da soli. Siamo guidati da mandati biologici a consumare come individui ed a procreare.

La parte sul fatto che non siamo in grado di aiutarci da soli è realmente il dilemma, la causa alla radice di tutti i nostri misfatti e dei seguenti problemi. Più prossimo al nostro attuale rompicapo, è un insieme di cause e delle loro conseguenze.

Le minacce su scala globale sono tantissime. Ecco una lista parziale di alcuni dei problemi più minacciosi, il ruolo umano nel causarli e le loro possibili conseguenze. Ognuno di questi potrebbe essere incredibilmente preoccupante per l'umanità, ma presi insieme, perché sono tutti in relazione fra loro e si nutrono l'un l'altro, sono convinto che significhino disastro certo, come crede anche un numero crescente di scienziati.

Sovrappopolazione

A parte in poche culture, che generalmente sono società di cacciatori-raccoglitori, e certamente fra le cosiddette civiltà della storia, il sentimento generale di “siate fecondi e moltiplicatevi” sembra aver prevalso. Gli umani, come gli animali, hanno alcuni, sebbene deboli, meccanismi interni per verificare la dimensione della popolazione relativa alla capacità di carico dell'ambiente. Molte culture hanno praticato varie forme di controllo della popolazione ed alcune lo fanno ancora oggi con diversi gradi di successo. Queste pratiche posso essere generalmente viste come parte delle cultura e sono state solo di recente viste come meccanismi biologici sottostanti. Alcune di queste pratiche sono considerate barbare ed immorali per i sentimenti civilizzati. Ma quando funzionano sembrano funzionare bene.

Dilworth argomenta, tuttavia, che questi controlli interni vengono facilmente sovvertiti dai più ampi istinti biologici di guida quando la popolazione percepisce che 1) l'ambiente può sopportare più persone e 2) servono più persone per fare il lavoro necessario all'estrazione delle risorse. Il punto di svolta nella preistoria umana è stato probabilmente l'invenzione dell'agricoltura. Quest'ultimo, ironicamente, non ha in realtà incrementato l'energia netta pro capite guadagnata rispetto alla caccia e alla raccolta, almeno quando quest'ultima è fatta in ambienti che forniscono una abbondanza rinnovabile di piante alimentari. Piuttosto, tende a diminuire l'incertezza della disponibilità di risorse alimentari, che sembra che noi umani apprezziamo. Anche, ironicamente, l'agricoltura necessita di più lavoro per unità di tempo per ottenere risultati affidabili, quindi una effettiva riduzione nel guadagno netto di energia per unità di tempo pro capite, spesa nella produzione di cibo.

In altre parole, Dilworth sembra argomentare che l'aumento della popolazione che è stato attribuito all'agricoltura non è avvenuto a causa di una maggiore di disponibilità di cibo, di per sé, ma dalla diminuzione della forza del segnale che avrebbe dovuto attivare i naturali controlli interni sull'espansione della popolazione permesso dalle tecnologie di produzione del cibo. Alle classi lavoratrici era meramente consentito di sussistere e procreare sufficientemente per assicurare una costante, o addirittura crescente, classe operaia per sostenere le classi più alte. E, più alta era la gerarchia di classe, più ampia era la base di classe operaia di cui aveva bisogno. Ma una tale espansione significava portare più terra a coltivazione in modo da sostenere la popolazione crescente e continuare a fornire un flusso costante di beni alle più alte sfere della gerarchia. La crescita della popolazione e l'attività “economica” - in origine l'agricoltura – sono così diventate una necessità e non solo una conseguenza.

Diminuzione dell'energia netta pro capite

Naturalmente, il problema è che c'è solo una certa quantità di terra che può essere coltivata. Viviamo in un mondo finito. Le risorse, terra compresa, sono finite. Mentre la crescita consuma sempre di più l'area intorno ai centri delle gerarchie della civiltà, si scontra o con altre gerarchie o con terreni marginali che alla fine non potranno sostenere la quantità di produzione necessaria. C'è un ulteriore ed interessante fenomeno che accade mentre l'espansione continua, anche se la terra è produttiva. Nelle condizioni in cui si viaggiava con carri a trazione animale, c'era una distanza naturale dal centro oltre la quale il ritorno netto di energia cominciava a diminuire geometricamente con l'aumento lineare (aritmetico) della distanza. Cavalli e buoi hanno bisogno di essere nutriti e possono portare solo un certo peso. La strategia della crescita come modo per mantenere l'impresa attiva dev'essere sembrata una buona idea ai supervisori, ma di fatto è arrivato un momento in cui ogni unità di crescita ha prodotto benefici decrescenti e alla fine negativi. Questo ha a che fare con l'idea avanzata per la prima volta da Joseph Tainter riguardo al collasso delle civiltà dovuto all'aumento della complessità. [1]

Il fenomeno di una popolazione che eccede le capacità di carico del proprio ambiente, definita come la capacità dell'ambiente di ricostituire i livelli di risorse richieste ad un tasso che possa sostenere un numero medio di individui (o più correttamente la quantità di biomassa rappresentata in una determinata specie) e di assorbire i prodotti di scarto di quella popolazione senza un sovraccarico tossico, è stato più volte documentato negli studi ecologici. Il mondo funziona principalmente su uno stabile ma limitato flusso di energia dal Sole. Alla fine, quel flusso determina il tasso di ricostituzione delle risorse biologiche (a parità di tutti gli altri fattori). Tutti gli altri animali sono costretti a capacità di carico relativamente fisse, almeno nei tempi di un normale ciclo di vita. Ma gli umani, con loro capacità di sfruttare fonti exosomatiche (al di fuori del proprio corpo) di energia e la loro capacità di inventare, hanno trovato una soluzione a questo limite di fondo. Hanno sviluppato modi per appropriarsi di risorse per sé stessi, lasciando alle specie non umane di meno per i loro bisogni. L'agricoltura, dopotutto, richiede di impiegare grandi appezzamenti di terreno con lo scopo di seminare poche colture di interesse per gli umani, generalmente in monocoltura. Troppo spesso questo finisce per essere una perdita di habitat per altre specie.

Una volta che gli umani hanno scoperto e cominciato ad attingere al conto bancario della luce solare fossile conosciuto come combustibili fossili, l'esplosione della popolazione era inevitabile. Negli ultimi due secoli, grazie all'alto contenuto energetico degli idrocarburi combustibili, l'energia netta pro capite usata per estrarre le altre risorse naturali e sostenere un maggior consumo sono andate crescendo. L'energia ottenuta dall'energia investita (EROEI) estraendo combustibili fossili era così alta all'inizio che l'inventiva umana nel trovare modi per consumare di più è stata apparentemente liberata da qualsiasi impedimento. La moderna società tecnologica è emersa come risultato.

Sfortunatamente i combustibili fossili sono esattamente il tipo di risorsa non rinnovabile che costituisce un limite superiore sull'estensione della popolazione. No, veramente è peggio di così. Perché noi abbiamo raggiunto un punto in cui quei combustibili stanno diminuendo in toto e quello che stiamo estraendo ora richiede più energia per farlo. Abbiamo l'equivalente di ciò che le prime civiltà hanno affrontato quando hanno raggiunto il limite geografico per il guadagno netto di energia. Ci stiamo avvicinando al punto di guadagno zero (se non lo abbiamo già superato) e da adesso in poi ogni essere umano sul pianeta affronterà un declino nell'energia netta disponibile per sopravvivere. Le disuguaglianze di reddito fanno sì che le variazioni causino un aumento della fame fra le classi più povere, mentre le classi più alte cercano di appropriarsi della ricchezza per sé.

La specie umana, come altre specie in condizioni simili, ha superato i limiti. La conseguenza tipica di tale condizione, principalmente perché le dinamiche non sono lineari, è un collasso, una cancellazione della maggior parte della popolazione [2]. Dilworth, nella sua conclusione, concorda con un crescente numero di ricercatori che questa è la conseguenza più probabile per l'umanità. Siamo animali, dopotutto.

Problemi derivati

La sovrappopolazione , cioè il superamento e la diminuzione dell'energia netta pro capite portano ad un gran numero di problemi secondari che anche giocheranno un ruolo in un futuro insostenibile per l'umanità. Stiamo esaurendo l'acqua potabile in molte regioni. Questo in parte a causa del superamento ma anche in parte a causa dei cambiamenti climatici che, a loro volta, sono aggravati, se non direttamente causati, dalla combustione dei combustibili fossili che aggiungono anidride carbonica, un gas serra, in atmosfera e negli oceani a tassi senza precedenti. Il globo si sta scaldando e questo porta al caos climatico di cui cominciamo ad essere testimoni. Ciò porta anche l'innalzamento dei livelli degli oceani che inonderanno molte regioni abitate del globo in un futuro non troppo lontano.

Dai tempi della prima agricoltura e della riorganizzazione della società, gli umani hanno avuto bisogno di qualche metodo conveniente per rappresentare astrattamente la ricchezza. All'inizio avevano bisogno di un modo per contare i cereali immagazzinati ed altri beni che sarebbero stati scambiati. In seguito hanno avuto bisogno di un modo conveniente di trasportare le rappresentazioni della ricchezza che controllavano e scambiare queste rappresentazioni piuttosto che trasportare la ricchezza stessa. I soldi sono stati inventati per svolgere questo compito. Non molto tempo dopo è stata inventata una forma di prestito per fungere da investimento in nuove imprese. Derivato probabilmente dalla distribuzione delle granaglie da utilizzare come sementi dai nuovi giovani agricoltori per iniziare, l'idea di prestare la ricchezza per generare più ricchezza in futuro ha preso piede. Oggi abbiamo il debito che finanzia tutto, dalle case alle scommesse (Wall Street). Quest'idea di usare soldi basati sul debito per investire su un futuro aumento della produzione di ricchezza era praticabile, anche se abusata, come è divenuto chiaro in anni recenti. Finché la fornitura di energia netta era in aumento, c'era sempre un'aspettativa che l'economia si sarebbe allargata e questo avrebbe permesso di saldare i debiti. Questo è stato il caso della rivoluzione industriale ed anche nel 1950 dell'espansione del petrolio e di altre forniture di combustibili fossili, che stavano sostenendo la capacità di fare più lavoro fisico nel futuro. Ciò significava che ci poteva essere più ricchezza prodotta nel futuro, abbastanza per ripagare sia il debito sia l'interesse (il costo del noleggio dei soldi per il rischio corso) e anche per ottenere un profitto. Ma ora che la fornitura di energia netta comincia a diminuire, la strategia della crescita e della finanza basata sul debito sta fallendo (al contrario di quella basata sul risparmio, come era il caso del prestito dell'eccesso di cereali ad un agricoltore sotto forma di seme). E siccome la società si è spinta molto lontano nella costruzione del debito, nell'aspettativa che la crescita continuasse per sempre, il conseguente scoppio della bolla che ne è seguita (e che è ancora in corso) ha avuto effetti devastanti sulle economie globali. E andrà solo peggio. Noi umani siamo stati incredibilmente intelligenti ad elaborare macchine, metodologie ed astrazioni che hanno sfruttato la disponibilità di risorse naturali, specialmente le risorse energetiche esosomatiche. Troppo intelligenti.

Ma non intelligenti abbastanza, pare, di pensare in anticipo alle conseguenze del consumo di risorse finite. Siamo stati e siamo molto abili. Ma non siamo saggi.


Cosa significa essere intelligenti?


Tutti i problemi di cui sopra potrebbero avere una soluzione se solo inventassimo le giuste tecnologie e le applicassimo in tempo per evitare dolore e sofferenza. Dovremmo essere in grado di farlo, visto che siamo scimmie intelligenti, giusto?

Questo è precisamente il punto di svolta dell'argomento. Siamo intelligenti. Intelligenti abbastanza da creare tecnologie come l'agricoltura e le macchine che sembrano risolvere certi problemi immediati. Cerchiamo una maggiore sicurezza nella nostra fornitura di cibo, quindi piantiamo e ci prendiamo cura delle nostre colture. Ci dobbiamo stabilire in un luogo per farlo, ma questo, all'inizio, sembra un effetto secondario benefico. Vogliamo avere spazi velocemente e lavoriamo duramente e più velocemente, così inventiamo strumenti basati sulle macchine che richiedono delle fonti di energia esterna per funzionare. Risolviamo un problema, il problema dell'aumento della domanda di prodotti, producendoli più rapidamente. Ad ogni svolta, la scimmia intelligente ha risolto un problema immediato e lo ha fatto con risultati straordinari. Ciò che questa scimmia ha anche fatto è ignorare il meta-problema. Ogni soluzione di un problema porta con sé i semi di un altro problema di più grande portata. Dilworth vede lo schema chiaramente. Risulta che la versione entropica della Seconda Legge della Termodinamica spiega la situazione [3].

Nel processo umano di invenzione di modi quello che per loro è lavoro utile (a risolvere problemi), essi hanno effettivamente ridotto l'entropia locale nelle loro vicinanze. Cioè, hanno aumentato l'ordine (per esempio costruendo attrezzature e strutture funzionali) per sé stessi. Ma la Seconda Legge ci dice che ogni guadagno in ordine in un sistema può venire solo a spese di un più grande aumento di disordine (entropia) del sistema più grande che lo contiene – l'ambiente. Quindi anche quando gli umani hanno aumentato il “valore” del proprio mondo costruito, lo hanno fatto a scapito maggiore dell'ambiente. Ordine ed organizzazione sulla Terra sono diminuiti complessivamente (pensate, ad esempio, alla biodiversità – una delle misure dell'organizzazione/complessità), come richiede la Seconda Legge, ma ad un tasso accelerato dalle attività umane. Il sistema Terra ha operato vicino ad un equilibrio dinamico (il primo capitolo di Dilworth fornisce intuizioni sul significato di ciò) precedentemente all'evoluzione degli umani. Questo perché il flusso di energia in arrivo dal Sole sì è stabilizzato ed anche se la Terra ha vissuto dei cicli (per esempio le ere glaciali) di alti e bassi, nel complesso la biosfera è stata adattativamente capace di mantenere le sue attività precisamente perché il tasso di fluttuazione ha corrisposto al tasso di cambiamenti evolutivi fra le specie. Dopo che gli esseri umani hanno cominciato, questo stato dinamico è stato interrotto per sempre, con grande dissipazione di energia e riaggiustamenti di molti dei cicli geochimici di lungo corso e di larga scala come i cicli del carbonio e quello idrologico. Tutto questo ora è testimoniato su scala globale. E questa è molto probabilmente la causa più immediata di tutti gli altri nostri problemi.

Così questa è la parte cruciale della questione. Siamo abbastanza intelligenti da aver creato questa situazione in virtù della nostra capacità di aumentare l'entropia nell'intero sistema Terra. Ma non siamo così intelligenti da rimetterlo a posto. Questo è a causa di un semplice fatto. L'intelligenza è per l'invenzione e la soluzione di problemi locali. L'intelligenza e la creatività sono grandi per trovare nuovi modi di aumentare l'entropia. In una spirale perversa, questo è esattamente ciò che è stata l'evoluzione biologica! E noi, umani intelligenti, abbiamo semplicemente adempiuto a questo mandato biologico. Sfortunatamente, dal mio punto di vista, questo significa che neanche il più grande dei controlli naturali, un controllo di retroazione negativa per cui gli umani distruggono gli stessi sistemi di supporto di cui hanno bisogno per esistere, correggerà la situazione. Ogni volta che un qualsiasi sistema va fuori controllo, si rompe. Perché il sistema costruito dagli umani dovrebbe essere diverso?



Il principio del circolo vizioso


Così arriviamo al principio del circolo vizioso di Dilworth (VCP – Vicious Circle Principle). L'uomo diventa abbastanza intelligente da diventare inventivo. Inventa cose che gli permettono di sopravvivere e, per via di una forma fisica migliorata, produce più prole. Ma spesso crea qualcosa di simile ad un surplus e la natura aborrisce sia il vuoto che la concentrazione, così l'uomo genera più uomini per sistemare il surplus. Oppure inventa una qualche variazione su uno strumento utile che produca qualcosa che l'uomo possa desiderare, anche se non in stretta relazione con la sopravvivenza. Dopo un po', soddisfatti quei desideri, l'uomo si abitua ad avere un qualcosa che poi diventa effettivamente un nuovo bisogno. Ma poi il superamento dei limiti della popolazione riduce la disponibilità di qualsiasi cosa ed ecco un nuovo problema. Quindi si torna al tavolo da disegno per inventare qualcos'altro che soddisfi il nuovo bisogno. E risiamo d'accapo. Non ho reso giustizia alla spiegazione di Dilworth, qui. Ho solo voluto dare al lettore un senso della direzione che prende l'autore. Naturalmente potreste leggere il suo lavoro per entrare nei dettagli. E ci sono molti più dettagli che egli analizza in modo superbo.

Questo VCP, secondo le tesi di Dilworth, è la penultima causa alla radice di tutti i problemi che stiamo vivendo. E' il processo dove sarebbe necessario un intervento per fermare e invertire la situazione difficile. Ma in questo sta il problema più grande. Il VCP esiste a causa della nostra natura umana e non c'è nessun cambiamento a breve termine che consenta un intervento che possa fermare la dinamica del circolo vizioso.

Penso che Dilworth abbia veramente puntato il dito sul problema centrale per l'umanità. Siamo presi in un circolo di attività che è “vizioso” nel senso che crea e peggiora tutti i problemi che affrontiamo. Ma ho delle riserve su questo modo di presentarlo.

“Vizioso” è un termine intriso di significato. Questo cerchio, che aumenta l'entropia generale della Terra, sembra vizioso precisamente perché siamo vittime e non ci aiuta avere una prospettiva antropocentrica. Ma, visto dalla prospettiva dell'evoluzione, non c'è proprio nulla di vizioso. Infatti il termine vizioso non ha affatto senso nell'evoluzione. Avremmo pensato alla cometa che si è schiantata sulla Terra 65 milioni di anni fa e che sembra essere stata determinante nell'uccisione dei dinosauri come viziosa? I cambiamenti climatici associati alle antiche glaciazioni, che sembrano essere state determinanti nell'evoluzione del genere Homo, sono da considerarsi viziosi perché hanno creato le condizioni per cui le specie primitive di umani si sono estinte?

Ho preferito pensare al fenomeno dell'abilità umana come all'emergenza di un nuovo fenomeno esattamente allo stesso modo in cui ora pensiamo all'emergenza della vita dalla chimica pre-biologica. Naturalmente, abbracciare questa prospettiva significa che la distruzione della civiltà ed il potenziale evento a collo di bottiglia per l'umanità [4] sono fondamentalmente necessari. E questa è la parte difficile da buttare giù. Come esseri umani nessuno potrebbe “volere” la morte della nostra specie, è certo. D'altra parte, se siamo davvero così intelligenti come da capire tutte le implicazioni dell'evoluzione in sé, forse potremmo arrivare ad accettare l'inevitabilità delle sue conseguenze.

Conclusione


Complessivamente, penso che il libro di Dilworth abbia aggiunto una prospettiva importante alla comprensione delle difficile situazione dell'umanità. Questo per dire che, una volta riconosciuto che l'umanità sta fronteggiando una situazione difficile che potrebbe non avere una soluzione ma un collasso e una morte, almeno Dilworth fornisce una spiegazione per come questo sia accaduto.

Ho solo un problema tecnico con il lavoro ed una differenza filosofica. Il problema tecnico ha a che fare con la forte fiducia dell'autore nel concetto di cariotipologia per spiegare la speciazione. Lui usa il cariotipo come se lo equiparasse al marcatore di speciazione, cioè, due specie diverse all'interno di un singolo gene avrebbero diversi cariotipi. Gli evoluzionisti ed i genetisti ai quali ho parlato di questo, hanno espresso perplessità a questo uso. I cariotipi si riferiscono alla forma strutturale dei cromosomi, specialmente per come appaiono nella metafase della divisione cellulare mitotica. E' il caso che diverse specie all'interno di un dato genere possano avere numeri e forme diverse di cromosomi che si pensa interferiscano con l'ibridazione (almeno praticabile), ma non è sempre così. Si pensa che la differenziazione delle specie sia più generalmente su base genetica. Alcune diversità genetiche, naturalmente, potrebbero essere la cause delle differenze dei cariotipi, ma questo è un effetto collaterale della speciazione, non la causa. Anche con questa possibile interpretazione errata di causa ed effetto nella speciazione, la narrazione complessiva di Dilworth è funzionalmente corretta, quindi l'affidamento alla cariotipologia non toglie materialmente nulla alla storia.


Sono d'accordo con l'autore per quanto riguarda il percorso attraverso il quale abbiamo raggiunto questo punto di incontro. Sono d'accordo sul fatto che siamo troppo intelligenti per il nostro bene. Ma il mio punto di vista è che questo non è un'accusa all'intelligenza ed alla creatività, quanto un riconoscimento di un'inadeguatezza, ad oggi, per l'evoluzione di una mentalità che potrebbe essere più adatta a gestire la nostra intelligenza. Siamo intelligenti, ma non adeguatamente saggi. E non siamo adeguatamente saggi perché la struttura cerebrale che gestisce il nostro giudizio di ordine superiore non si è ancora evoluto a sufficienza per gestire la nostra intelligenza. Avrete sentito il vecchio detto: “Solo perché possiamo fare una cosa non significa dovremmo farla”. Solo perché abbiamo capito come dividere l'atomo per generare energie inimmaginabili non vuol dire necessariamente che dovremmo costruire bombe atomiche o reattori nucleari. Lo abbiamo fatto perché potevamo e non c'era alcuno giudizio di ordine superiore che ci ha fornito le intuizioni sui pericoli del progresso in quella direzione.

La base del cervello per un giudizio di ordine superiore ed intuitivo, guida imparziale per prendere decisioni, è quello che ho chiamato saggezza. E' la capacità del cervello più nuova in termini evolutivi ed è profondamente connessa alla capacità degli umani di formare rappresentazioni astratte, specialmente il linguaggio. Si è evoluta insieme con l'intelligenza ma ha iniziato “più tardi” nella storia evolutiva, così non è in fase con la prima. Deve recuperare. La mia storia finisce in modo un po' diverso da quella di Dilworth. Vedo lo stallo incombente come l'opportunità evolutiva perché questo accada. In altre parole, piuttosto che scrivere semplicemente che il genere Homo ha fallito perché era troppo intelligente, preferisco immaginare che il collo di bottiglia sia un'opportunità per la saggezza di espandersi ed arrivare a fornire un'adeguata capacità mentale di gestione della nostra abilità. Ho sviluppato uno scenario per l'ulteriore evoluzione delle strutture del cervello coinvolte nella saggezza che richiedono un'aggiunta di materia cerebrale sorprendentemente piccola – è più un problema di leggera riorganizzazione e connessione. Naturalmente ciò è altamente speculativo. Ma ha basi nella neuroscienza e nella teoria dell'evoluzione. Non è una vana speculazione. E il valore del partecipare alle conseguenze sta in ogni cosa che possiamo scongiurare per diminuire il dolore e la sofferenza – essere avvisati è essere preparati. Il vero valore del lavoro di Dilworth è di trovare almeno qualche soddisfacente spiegazione intellettuale (anche se inquietante) sul perché siamo dove siamo.



Note bibliografiche

[1] Tainter, J. (1988). The Collapse of Complex Societies, Cambridge University Press.
[2] Catton, William (1982). Overshoot: The Ecological Basis of Revolutionary Change, University of Illinois Press.
[3] See: Schneider, E. D. & Sagan, D. (2006). Into the Cool: Energy Flow, Thermodynamics, and Life, University of Chicago Press.
[4] See: Catton, William (2009). Bottleneck: Humanity's Impending Impasse, Xlibris.

Vedi anche il review del libro: Question Everything: Humanity's Impending Impasse.

domenica 26 febbraio 2012

Libero accesso alla Scienza

Traduzione dall'originale in inglese su Cassandra's Legacy di Massimiliano Rupalti

Di Ugo Bardi


Lungi dall'essere una torre d'avorio, oggigiorno la scienza sembra piuttosto una cittadella malconcia assediata da un esercito di orchi. Non aiuta il fatto che gli scienziati non sembrano capire che il pubblico ha il diritto di avere accesso ai risultati del lavoro di ricerca realizzato coi soldi delle loro tasse. Abbiamo bisogno di rendere più aperta la scienza se vogliamo agire sulla base della conoscenza che la scienza produce. (immagine da "crossbow and catapults


Negli anni 90, quando internet era giovane, mi era venuta in mente l'idea di fare una “rivista ad accesso libero” su quello che a quel tempo era il mio campo scientifico: la scienza della superficie. L'idea era che la ricerca scientifica è pagata dal pubblico e che, per questo motivo, i risultati della ricerca scientifica devono essere liberamente accessibili al pubblico. Quindi, insieme ad alcuni colleghi, abbiamo fatto partire un sito internet chiamato "The Surface Science Forum" che pubblicava articoli sulla scienza delle superfici liberamente accessibili sul Web, aggirando le tradizionali riviste scientifiche.

Non è stato un successo. Il “Surface science forum” è sopravvissuto per alcuni anni e non ha mai avuto un impatto reale. Nel 2000 mi stavo spostando in un campo diverso ed ho deciso di chiudere il forum. Se siete curiosi, lo potete ancora trovare qui. Ma i problemi con gli articoli scientifici che il forum aveva provato ad affrontare ci sono ancora e, col tempo, diventano sempre più seri. Non molto tempo fa, George Monbiot ha dato una buona descrizione di questi problemi in un articolo sul "The Guardian" dice:

La sfiducia (nella scienza) è stata moltiplicata dagli editori di riviste scientifiche, le cui pratiche monopolistiche fanno sembrare le aree dominate dalla camorra un paradiso e che sono da lungo tempo in attesa di un rinvio alla Competition Commission. Non pagano nulla per la maggior parte del materiale che pubblicano, inoltre, anche se siete collegati ad un istituto accademico, vi chiederanno 20 sterline o più per un singolo articolo. In alcuni casi ne chiedono decine di migliaia per un abbonamento attuale. Se gli scienziati vogliono che la gente cerchi almeno di capire il loro lavoro, dovrebbero mettere in piedi un rivolta su scala globale contro le riviste che li pubblicano. Non è più accettabile che i custodi del sapere si comportino come dele guardie che cacciano i proletari dalle grandi tenute.

Ciò che Monbiot dice è vero: nel dare il risultato del proprio lavoro agli editori gratuitamente, gli scienziati vengono sfruttati come se fossero dei raccoglitori stagionali di frutta. Naturalmente, non ci sarebbe niente di sbagliato in questo modo di fare se il denaro pagato per avere accesso ai saggi scientifici andasse a finanziare la ricerca o a pagare servizi utili alla ricerca. Ma non è così che funziona. Gli editori commerciali non finanziano la ricerca ed hanno dei costi molto modesti per la loro attività. Il "peer review", per esempio, è fatto dagli scienziati gratuitamente (ancora!).

Gli scienziati non dovrebbero starsene zitti ma, di solito, non protestano. Questo loro comportamento è il risultato di un fattore specifico: il fatto che i saggi scientifici sono una specie di “valuta” nel mondo scientifico. I soldi, come si sa bene, non sono altro che credito, e, per gli scienziati, ogni articolo o pubblicazione è una forma di credito che può essere riscattato in seguito, in termini di avanzamento di carriera, contributi, posizioni accademiche e cose simili. E' “denaro”, per farla breve.

Gli editori scientifici sono riusciti ad accreditarsi come delle “banche” della conoscenza scientifica. In quanto banche, garantiscono il valore della valuta che gestiscono; di fatto la creano sotto forma di saggi pubblicati. Quindi è comprensibile che gli scienziati non vogliano vedere svalutata la loro valuta. Pubblicare fuori dal sistema, per uno scienziato, è l'equivalente di stampare banconote false. Non è solo senza valore, potrebbe avere un valore negativo, danneggiando la reputazione dello scienziato. Ad esempio, in certi ambienti, avere un blog è considerato una macchia sulla reputazione di uno scienziato. Questo è stato l'atteggiamento che ha condannato il “Surface Science Forum” e che è ancora quello prevalente nella scienza.

Ma i tempi cambiano rapidamente. Una volta la scienza poteva essere vista come una torre d'avorio, in grado di mantenere la propria valuta. Ora, somiglia di più ad una cittadella malconcia assediata da un esercito di orchi con le catapulte. La situazione è particolarmente pesante per la scienza del clima, oggetto di campagne politiche progettate per distruggere la reputazione di singoli scienziati così come dell'intero settore. Il pubblico tende a chiedere alla scienza soluzioni miracolose ai nostri problemi e la gente è delusa quando gli si dice che non ve ne sono. La gente delusa tende ad essere aggressiva, come potete vedere, a mo' di esempio, in alcuni commenti sul recente imbroglio dell'E-Cat. In questa situazione, i tradizionali metodi di pubblicazione scientifica non andranno ad accrescere il prestigio della scienza.

Fortunatamente, sembra che gli scienziati stiano scoprendo che non si possono più basare sui vecchi metodi. Tendono a pubblicare sempre di più su "riviste ad accesso libero", che non esistevano fino a poco tempo fa. Ora esiste un "movimento per la scienza aperta" ed uno per boicottare Elsevier, individuata, fra i molti editori scientifici, come uno il cui comportamento è particolarmente negativo.

Tutto ciò e sufficiente? Di sicuro è uno sviluppo positivo, ma dobbiamo fare di più. La scienza non è una torre d'avorio e nemmeno una cittadella assediata. E' un'impresa progettata per produrre conoscenza ed abbiamo un gran bisogno di questa conoscenza in questo momento difficile. Non è abbastanza rendere accessibile questa conoscenza a coloro che l'hanno pagata, dobbiamo anche batterci per renderla comprensibile a coloro che possono basare le proprie azioni di di essa. Come farlo? Be', ci sono molti modi. Tanto per cominciare, perché non tenete un blog anche voi?

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giovedì 23 febbraio 2012

Il destino delle nuove verità: il picco del petrolio compare su “Nature”

Da Cassandra's Legacy. Traduzione di Massimiliano Rupalti


"E' il destino abituale delle nuove verità quello di cominciare come eresie e finire come superstizioni" (Thomas Henry Huxley, 1880) Sopra: un grafico dall'articolo di James Murray e David King pubblicato su Nature, 26.01.2012, vol 481, p. 435


Con la pubblicazione di un importante articolo su “Nature” nel gennaio 2012, il concetto di “Picco del Petrolio” ha fatto un altro passo avanti nel dibattito sull'esaurimento delle risorse. Questo articolo mi ha fatto ripensare agli ultimi dieci anni di lavoro che ho svolto come membro di ASPO,, the association for the study of peak oil. Avevamo ragione con la nostra previsione di un picco del petrolio incombente? In un certo senso sì, ma la sfera di cristallo è sempre nebbiosa e non potrebbe essere altrimenti. Le previsioni di ASPO erano fondamentalmente giuste ma, come tutte le previsioni, erano approssimate.

Lavorando con un modello semplificato basato sul primo lavoro di Hubbert degli anni 50, il fondatore di ASPO, Colin Campbell e Jean Laherrere, hanno proposto nel 1998 che il futuro della produzione petrolifera avrebbe seguito una curva che avrebbe raggiunto il suo picco in qualche momento fra il 2005 ed il 2010, per poi declinare. All'interno del modello di Hubbert c'era integrato il concetto che i costi di estrazione in graduale crescita avrebbero ridotto i profitti dell'industria e l'avrebbero costretta a ridurre gli investimenti.

Come modello di “primo livello”, quello di Hubbert non è male ed i modelli di ASPO hanno colto molto bene i problemi che l'industria petrolifera stava per affrontare. Dal 2004 in poi, i prezzi sono schizzati a livelli che hanno cambiato tutto nel mercato del petrolio. Ma la produzione di petrolio, intesa come “tutti i liquidi” (cioè, incluso il petrolio da sabbie bituminose, biocarburanti, ecc.) non ha mostrato un picco ben definito e non si è visto nemmeno, per ora, il declino che aveva previsto il modello di Hubbert. Ostinatamente, la produzione ha rifiutato di scendere e potrebbe anche mostrare un modesto aumento in tempi recenti. Questo non invalida il modello: come tutti i modelli, è un'approssimazione della realtà. Di certo, i livelli di produzione attuali si possono mantenere soltanto con i prezzi altissimi degli ultimi tempi. Se i prezzi non si fossero alzati, avremmo molto probabilmente visto il picco già da un pezzo.

Il “picco del petrolio” è stato spesso criticato sulla base di un'idea classica nella scienza economica, cioè che i prezzi fanno da mediatori fra domanda e offerta. Quindi, i prezzi del petrolio dovrebbero definire cosa si deve essere annoverato come “riserve”, intese come qualcosa che può essere, e sarà, estratto. I prezzi più alti dovrebbero generare nuove riserve e così non saremmo mai a corto di nulla. I dati recenti mostrano che questa critica non era sbagliata, anche se non proprio giusta, ma anche che le sue conseguenze erano forse inattese persino per chi le proponeva. Quando nel mercato del petrolio si è cominciata a percepire la scarsità, il meccanismo di correzione dei prezzi ha avuto effetto. I prezzi sono saliti e, secondo la teoria economica standard, questo doveva stimolare la produzione. Lo ha fatto, in parte, ma con il petrolio greggio l'effetto è stato di mettere l'industria in un vicolo cieco. Più i prezzi alti rendevano la produzione redditizia, più i costi di produzione aumentavano. Chiaramente, era una cosa che non poteva continuare all'infinito: a un certo punto dovevamo arrivare a un limite.


Questo meccanismo è colto molto bene da Murray e King nel loro articolo su Nature. Il grafico mostrato all'inizio di questo post lo mostra molto chiaramente. Oltre un certo prezzo, la produzione non risponde più. Diventa “inelastica”. Il grafico dev'essere letto tenendo in considerazione l'evoluzione temporale sia dei prezzi sia della produzione: prezzi molto alti sono un fenomeno recente e quello che vediamo è ciò che io chiamo una corsa al successo. Anche con i prezzi del petrolio in aumento, il meglio che possa fare l'industria è di tenere la produzione costante la produzione di combustibili liquidi.

Così, stiamo vedendo che il meccanismo dei prezzi potrebbe rallentare il declino previsto della produzione, ma al costo di causare altri problemi, forse anche peggiori. Con prezzi alti, l'economia mondiale deve stanziare sempre più risorse per l'estrazione del petrolio e queste risorse devono venire da qualche parte. Siccome l'economia non cresce più, tenere la produzione di petrolio costante significa che alcuni settori devono contrarsi e questo non avviene in modo indolore. Molta dell'attuale agitazione politica nelle nazioni povere, per esempio, è dovuta agli alti prezzi del cibo, a loro volta legati agli alti costi del petrolio. E, con prezzi così alti, vediamo l'effetto perverso per cui i produttori si possono permettere consumi più alti, ma, di conseguenza, rimane meno petrolio per gli importatori. In un certo senso, molte nazioni importatrici hanno già superato il loro picco del petrolio.

Come ha detto Thomas Huxley molto tempo fa, è il destino abituale delle nuove realtà di cominciare come eresie e finire come superstizioni. Il picco del petrolio è sicuramente iniziato come superstizione ed è ancora considerato tale in alcuni circoli. Ma, dopo gli eventi degli anni scorsi sta anche ottenendo lo status di verità, come mostrato dall'articolo di Murray e King, che hanno capito chiaramente cosa ci sia alla base dell'idea. In qualche modo, tuttavia, il picco del petrolio sta anche assumendo alcuni elementi di superstizione, da che ha mancato di tenere conto del meccanismo dei prezzi. Alla fine, la realtà potrebbe essere meglio descritta da qualcosa come il “modello di Seneca” che tiene conto di effetti di second'ordine e che prevede un plateau di produzione seguito da un brusco declino. Anche questo modello potrebbe essere un'eresia, adesso, ma un giorno potrebbe diventare una realtà e poi un superstizione. Come sempre, il futuro non è mai quello di una volta.






Riferimenti

Il saggio di Murray and King su Nature è qui (a pagamento)
Una sintesi si può trovare su Scientific American qui.
Un commento New York Times è qui.
Una critica di Michael Levi può essere trovata qui.
Ed una difesa dia parte di Mason Inman, qui.

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Nota 1. Sono completamente d'accordo con l'approccio di Murray e King riguardo alla relazione fra il picco del petrolio ed il cambiamento climatico. E' vero che i due problemi sono strettamente legati e che dovrebbero essere affrontati insieme. Tuttavia, penso anche che gli autori dovrebbero essere più attenti al modo in cui presentano questo problema. All'inizio dell'articolo dicono. “... i continui dibattiti sulla qualità della scienza del cambiamento climatico e dubbi sulla scala degli impatti ambientali negativi hanno ostacolato l'azione politica contro le crescenti emissioni di gas serra. Ma qui c'è un argomento potenzialmente più persuasivo per ridurre le emissioni globali: l'impatto del declino delle forniture di petrolio sull'economia”. Considerato il numero di cospirazionisti che ci sono in giro, questo paragrafo potrebbe essere sicuramente visto come la “prova” che il picco del petrolio è una truffa creata dalla perfide compagnie petrolifere in modo da forzare i clienti a pagare più cara la benzina. Inoltre non ha senso, secondo me, dire che la scarsità è un buon argomento per convincere la gente a consumare meno. Lo sarebbe, se la gente si comportasse razionalmente, ma la maggior parte della gente non lo fa. Questo mi ricorda un'esperienza che ho avuto qualche tempo fa, quando ho presentato il caso del picco del petrolio ad un ricco  magnate. Mi ha risposto qualcosa tipo, “penso che tu abbia ragione. Allora immagino che mi dovrei comprare una nuova Ferrari e consumare più che posso, finché posso”.

Nota 2. I lettori italiani di questo blog potrebbero essere interessati a questo paragrafo del saggio di Murray e King. Credo che sia assai azzeccato. “Un altro esempio dell'effetto dell'aumento dei prezzi del petrolio si può vedere in Italia. Nel 1999, quando l'Italia ha adottato l'Euro, il surplus annuale del commercio era di 22 miliardi di dollari. Da quel momento, il bilancio del commercio italiano si è drammaticamente modificato e il paese ora ha un deficit di 36 miliardi di dollari. Anche se questo spostamento ha molti motivi, compreso l'aumento delle importazioni dalla Cina, l'aumento del prezzo del petrolio è stato il più importante. Nonostante una diminuzione delle importazioni di 338.000 barili al giorno rispetto al 1999, l'Italia ora spende 55 miliardi di dollari all'anno per importare petrolio, rispetto ai 12 miliardi del 1999. Questa differenza è prossima all'attuale deficit annuale del commercio. Il prezzo del petrolio è probabilmente stato un forte contributo alla crisi dell'Euro nel sud dell'Europa, dove le nazioni sono completamente dipendenti dal petrolio estero”.

Nota 3. David King è una mia vecchia conoscenza e per molti anni abbiamo lavorato in parallelo in studi di scienza della superficie. Non sono sicuro se ci sono delle ragioni profonde che fanno passare le persone impegnate nella scienza delle superfici allo studio del picco del petrolio ma, evidentemente, ne esistono almeno due casi!



martedì 21 febbraio 2012

Cassandra va forte sul web!



Cassandra va veramente forte sul Web: gli ultimi rating su "ebuzzing" danno questo blog al quarto posto fra i blog scientifici italiani. Si trova al numero 193 nella classifica generale, che è molto alto per un blog scientifico. Sono risultati veramente notevoli per un blog del tutto artigianale che non ha finanziamenti o sponsor e che non fa uso di tecniche di SEO (search engine optimization).

Per cui, volevo ringraziare i lettori per il loro supporto e anche tutti quelli che si sono messi all'anima di tradurre (rigorosamente gratis) dall'inglese i post che faccio sul blog "sorella", Cassandra's legacy. In particolare, volevo ringraziare Massimiliano Rupalti ("Rupo"), che è stato veramente superattivo negli ultimi tempi.

Quindi, continuiamo così; vi invito a seguire questo e altri blog che fanno informazione seria e affidabile su argomenti come il cambiamento climatico (per esempio "Climalteranti") e sul problema energetico e delle risorse, (per esempio il blog di ASPO-Italia.)

lunedì 20 febbraio 2012

Scioccante: il ritiro del ghiaccio Artico rilascia gas serra mortali


Questo post illustra un fenomeno che avevo messo in luce qualche giorno fa in un post intitolato "idrati di metano, la prossima bomba in comunicazione climatica". L'articolo è apparso sul Daily Mail il 13 Dicembre 2011. Descrive cose vere e preoccupanti, ma in modo eccessivamente sensazionalistico (per esempio con l'uso del termine "gas serra mortali") e non bastano certo le dichiarazioni del Dr. Smiletov per concludere che la fine del mondo sta arrivando a breve scadenza! Tuttavia, mi è parso il caso di pubblicarlo (tradotto da Massimiliano Rupalti) in quanto illustra come il problema degli idrati si stia diffondendo sulla stampa e potrebbe diventare una vera e propria "bomba mediatica" che vedremo esplodere nel prossimo futuro. 

Un team di ricerca russo sorpreso dalla scoperta di 'fontane' di metano che fuoriescono fino in superficie

Di Steve Connor Author Biography
Giovedì 13 Dicembre 2011

Pennacchi di metano drammatici e senza precedenti – un gas serra 20 volte più potente del biossido di carbonio - sono stati visti fuoriuscire sulla superficie dell'Oceano Artico da scienziati impegnati in un'estesa indagine della regione.

La scala ed il volume delle fuoriuscite di metano hanno sorpreso il responsabile del team di ricerca russo, che ha indagato il fondale marino della piattaforma artica della Siberia orientale al largo della Russia del nord per quasi 20 anni.

In un'intervista esclusiva a The Independent, Igor Semiletov, della sezione dell'Estremo Oriente dell'Accademia Russa delle Scienze, ha detto che non aveva mai assistito prima alle dimensioni ed alla forza con cui il metano viene rilasciato sotto il mar Artico.

Già in precedenza avevamo trovato strutture a forma di torcia come queste, ma erano soltanto di una decina di metri di diametro. Questa è la prima volta che abbiamo trovato infiltrazioni continue, potenti ed impressionanti di più di mille metri di diametro. E' sbalorditivo”. Ha detto il Dr Semiletov. “Sono stato molto colpito dalle dimensioni gigantesche ed dall'alta densità dei pennacchi. Su un'area relativamente piccola ne abbiamo trovati più di 100, ma su un'area più grande è possibile che ce ne siano migliaia”.

Gli scienziati stimano che ci siano centinaia di migliaia di tonnellate di metano imprigionate sotto il Permafrost artico che si estende dalla terraferma al fondo del mare relativamente poco profondo della piattaforma artica della Siberia orientale. Una delle più grandi paure è quella che, con lo scomparire del ghiaccio del mar Artico in estate ed il rapido aumento delle temperature in tutta la regione che già stanno fondendo il Permafrost siberiano, il metano lì sotto intrappolato possa improvvisamente essere rilasciato nell'atmosfera portandoci a rapidi e cruenti cambiamenti climatici.

Il team del Dr Semiletov ha pubblicato uno studio nel 2010 che stima che le emissioni di metano da questa regione fossero di circa otto milioni di tonnellate all'anno, ma le ultime spedizioni suggeriscono che questo fosse un dato che sottostima il fenomeno.
Nella tarda estate, il vascello di ricerca russo Academician Lavrentiev ha condotto un'indagine estesa di circa 10.000 miglia quadrate del mare al largo della costa siberiana. Gli scienziati hanno utilizzato quattro strumenti altamente sensibili, sia sismici sia acustici, per monitorare le “fontane” o pennacchi di bolle di metano che risalgono fino alla superficie dal fondo del mare.

“In un'area molto piccola, meno di 10.000 miglia quadrate, abbiamo contato più di 100 fontane o strutture a forma di torcia che risalgono gorgogliando la colonna d'acqua e si iniettano direttamente nell'atmosfera dal fondo del mare”, Ha detto il Dr. Semiletov. “Abbiamo effettuato controlli presso circa 115 punti stazionari ed abbiamo scoperto campi metaniferi di dimensione fantastica – penso di una dimensione mai vista prima. Alcuni pennacchi erano di chilometri o più larghi e le emissioni andavano dirette in atmosfera. La concentrazione era centinaia di volte maggiore del normale”.

Il Dr. Semiletov ha reso pubbliche le sue scoperte per la prima volta la scorsa settimana all'incontro dell'American Geophysical Union a San Francisco.

Traduzione di Massimiliano Rupalti

domenica 19 febbraio 2012

Riscaldamento globale: il grande complotto



Che cosa vi sembra più verosimile?

(a sinistra)

I gruppi ambientalisti a livello regionale e locale

Stanno spendendo le limitate risorse disponibili

In un complotto che coinvolge il 90% della comunità scientifica

Che ha lo scopo di creare un imbroglio per distruggere l'economia

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(A destra)

Le compagnie petrolifere

Spendono i loro osceni profitti

Per corrompere tutti quelli che ci stanno

Per proteggere i loro profitti e limitare la loro futura responsabilità legale sui danni che provocano con l'inquinamento che causano

venerdì 17 febbraio 2012

Idrati di Metano: la prossima bomba mediatica nel dibattito sul cambiamento climatico.

Traduzione da Cassandra's Legacy di Massimiliano Rupalti


Il metano rilasciato dal ghiaccio è un fenomeno spettacolare e pericoloso. Non solo perché il metano si può incendiare, ma perché, su larga scala, questo rilascio può generare un rapido e devastante riscaldamento globale. E' probabile che presto il problema passi dalle riviste scientifiche alla stampa tradizionale. Potrebbe essere, quindi, una vera bomba mediatica nel dibattito (il video mostra Katey Walter dell'Università dell'Alaska alle Fairbanks che sta sperimentando questo metano intrappolato nel ghiaccio).

Come gas serra, il metano è più potente dell'anidride carbonica, ma c'è una differenza molto più importante fra i due gas. Le emissioni di biossido di carbonio sono qualcosa che creiamo e che possiamo controllare, almeno in linea di principio. Se smettiamo di bruciare combustibili fossili smettiamo di generare CO2. Ma con il metano è un'altra cosa. Non abbiamo nessun controllo diretto sulle enormi quantità di metano sepolte nel ghiaccio del permafrost e nel fondo degli oceani sotto forma di “idrati” e “clatrati”.

Gli idrati di metano sono delle vere e proprie bombe climatiche che possono esplodere da sole anche a causa di un innesco relativamente debole da parte di un riscaldamento globale. Un sufficiente riscaldamento causerebbe la decomposizione di alcuni idrati che rilascerebbero il metano in atmosfera. Questo metano creerebbe più riscaldamento e questo genererebbe ulteriore decomposizione degli idrati. Il processo si sosterrebbe da sé a tassi crescenti finché non si esaurisca il metano nei giacimenti. Questo significherebbe pompare in atmosfera davvero tanto metano. Ci sono stime diverse della quantità di idrati esistenti, ma è certamente grande – molto probabilmente più grande della quantità totale di carbonio presente in atmosfera oggi sotto forma di CO2. Gli effetti di questo rapido rilascio di così tanto metano sarebbero devastanti: un cambiamento climatico improvviso che potrebbe portare ad un vera catastrofe planetaria. E' uno scenario chiamato giustamente la “pistola a clatrati”. E il bersaglio siamo noi.

La gente è spaventata dalle cose che non capisce bene e che sa di non poter controllare. Questo è certamente il caso degli idrati di metano. Noi non sappiamo quanto siano verosimili gli scenari peggiori, né l'esatta scala temporale del cambiamento che definiamo “improvviso”. Sappiamo solo che il metano sta venendo rilasciato dagli idrati oggi e che la concentrazione di metano in atmosfera sta salendo. Non possiamo dire se questo sia lo sparo della pistola a clatrati, ma è abbastanza per essere spaventati. Non so voi, ma io lo sono.

Nel frattempo, un'altra esplosione sembra in fase di detonazione, questa volta nei media. La tendenza ha avuto inizio con gli studi sulle riviste scientifiche. Prima del 1999, non c'era un solo articolo sul tema nel database di "sciencedirect. Nel 2011, sono state pubblicati 49 articoli e la tendenza sembra essere esponenziale. Sul Web, Google Trends non da ancora un aumento significativo del numero di ricerche col termine “idrati” o “clatrati”. Ma troviamo circa 40.000 pagine che hanno a che fare con la combinazione “cambiamento climatico”, “rilascio di metano” e idrati. Anche la stampa tradizionale comincia a parlare del tema. Finora, il problema degli idrati di metano è stato in gran parte assente dal dibattito sul cambiamento climatico. Ma le cose potrebbero cambiare rapidamente.

Lo scenario del rilascio di metano ha tutte le caratteristiche necessarie per cogliere l'attenzione della gente. E' spettacolare, gigantesco, biblico ed anche rapido. Ha anche un nome che suona sinistro: la “pistola a clatrati”. Non ha niente a che vedere con gli scenari piuttosto banali dell'IPCC, che si trascinano lentamente verso la fine del 21° secolo. Gli scenari dell'IPCC non intendevano far paura. A nessuno interessa una rana che bolle lentamente. Ma ricordate il film del 2004 “The day after tomorrow”? Quello che ci spaventa, prevalentemente, sono gli eventi catastrofici improvvisi. Ora, immaginate un film commerciale hollywoodiano sulla pistola a clatrati. Vedremmo uragani enormi, siccità bibliche, ondate di calore mortali, inondazioni devastanti..... Non importa come venga raccontata la storia, è una vera e propria bomba mediatica.

Prima di continuare, mi preme fare una puntualizzazione. Permettetemi di chiarire che NON sto dicendo che noi (scienziati, attivisti, giornalisti o chi sia) dovremmo esagerare i pericoli in modo da spaventare la gente con la teoria del metano. Assolutamente NO. Al contrario, la mia idea è che un pubblico impaurito NON è una buona cosa per ragioni che spiegherò fra poco. Detto questo, andiamo avanti.

Supponiamo quindi che la storia dei clatrati diventi largamente conosciuta, come reagirà il pubblico? Secondo James Schlesinger, la gente ha solo due modalità di funzionamento: compiacenza e panico”. La bomba mediatica dei clatrati potrebbe portare ad uno spostamento di paradigma sul clima e spingere l'opinione pubblica improvvisamente dalla parte opposta del dilemma: dalla compiacenza al panico.

Alcune persone potrebbero vederlo come una cosa buona: assisteremmo finalmente ad uno sforzo per fare qualcosa per evitare il cambiamento climatico. Ma non è affatto ovvio che sarebbe una cosa positiva. La cose fatte di fretta non sono necessariamente ben fatte. Probabilmente assisteremmo ad uno sforzo frenetico per “fare qualcosa”, non importa cosa, non importa come. Se l'esperienza passata con la crisi energetica ci insegna, le possibilità di adottare le soluzioni migliori sono poche (guardate, per esempio, il clamore sui biocarburanti) E' probabile che cercheremmo una soluzione miracolosa nella geoingegneria su larga scala. Sequestro della CO2, particelle di solfato nell'atmosfera alta, specchi nello spazio, dipingere i tetti di bianco e chi più ne ha più ne metta.

Funzionerebbero queste azioni? Forse sì, ma ci muoveremmo in un territorio completamente sconosciuto. Non sappiamo quali possano essere le soluzioni migliori e non possiamo essere sicuri degli effetti collaterali della maggior parte di esse. E poi, l'energia necessaria per la geoingegneria non potrebbe portare ad un maggior consumo di combustibili fossili e, di conseguenza, alla produzione di più gas serra? E, ancora, supponiamo che la geoingegneria abbia successo nel raffreddare il pianeta, la gente non tornerebbe alla compiacenza e dichiarerebbe che la pistola a clatrati era una truffa sin dall'inizio? Mentre ci addentriamo nel futuro, i problemi che abbiamo creato sembrano diventare sempre più grandi proprio come diventa evidente che noi, come specie, semplicemente non siamo attrezzati con gli strumenti necessari per risolverli.

Le cose sarebbero state molto più semplici se avessimo trovato un accordo per affrontare il problema climatico alla radice. Questo avrebbe fornito un obbiettivo chiaro da raggiungere e poco spazio alle grandi oscillazioni nella percezione da parte della gente. Ma sembra che sia già troppo tardi per una strategia basata sui cambiamenti graduali. Le cose continuano a cambiare e la sola cosa certa è che non possiamo restare inattivi di fronte ai cambiamenti. Quindi preparatevi per il prossimo grande cambiamento: la bomba mediatica dei clatrati sta per detonare!

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Alcuni articoli e post recenti sul rilascio di metano dagli idrati. Questa lista non intende essere completa o rappresentativa, serve solo a dare un'idea di come il dibattito si stia scaldando (una metafora molto appropriata, in questo caso).

Much ado about methane - David Archer on RealClimate

An online model of methane in the atmosphere, by David Archer, RealClimate

Dave Archer wrong to dismiss concern about potential methane runaway in Arctic, by
Gary Houser on "Climate change, the next generation"


How much time is there left to act? By Sam Carana on Geoengineering

Methane: a worse worst-case scenario, by "The Tracker", theidiottracker

Wetting the stratosphere, boiling the oceans, Eli Rabett, RabettRun

mercoledì 15 febbraio 2012

Grazie a Dio non sono paranoico! Diffusi i documenti dei propagandisti anti-scienza dello Heartland Institute




Come si suol dire, chi la fa l'aspetti. Dopo il "climategate," che aveva messo in piazza la posta privata dei climatologi; viene fuori adesso il "denialgate", ovvero sono stati diffusi i documenti interni dello Heartland Institute, organizzazione dedicata a fare propaganda anti-scientifica diretta in particolare contro la scienza del clima. Ne ha parlato per primo "desmog blog" a questo link, ma la faccenda sta rimbalzando in giro per il Web un po' dovunque

Per il momento, questa storia è ancora a uno stadio preliminare e la veridicità dei documenti diffusi su internet è da verificare. Comunque, hanno tutto l'aspetto di essere veri. Fanno vedere come esista un'organizzazione ben finanziata che si dedica a screditare la scienza. E' quello che ho sempre detto (anche nel post precedente a questo). Grazie a Dio, non sono paranoico!!!

domenica 12 febbraio 2012

Grazie a Dio, non sono paranoico! Continua la propaganda contro la scienza del clima


Come si cerca di screditare una ricerca climatica scomoda. Antonello Pasini ce lo racconta in un suo recente articolo.


Più di una volta, mi è capitato di essere tacciato di complottismo, se non di paranoia, per aver sostenuto che i denigratori della scienza del clima usano trucchi di tipo propagandistico e politico. Per esempio, ho sostenuto che alcuni commentatori che sostengono tesi anti-scientifiche sono false identità create apposta per sviare la discussione. Almeno in un caso, sono riuscito a smascherarne uno.

Ma questo delle false identità è solo uno dei metodi usati dai denigratori della scienza. Un altro metodo è un classico della politica e in italiano si chiama schedatura o "dossieraggio". Consiste nel tenere a portata di mano un dossier di informazioni sui tuoi avversari politici da usare per attaccarli al momento opportuno. Il dossieraggio viene spesso usato per diffondere informazioni riservate o private, a volte ottenute illegalmente.  Anche quando non è così, comunque, viene usato scegliendo le informazioni da diffondere con lo scopo di dare un'impressione distorta sulle idee e sul comportamento della persona attaccata.

Ora, ho sempre avuto l'impressione di soffrire di paranoia nel pensare che si usino certi metodi in un dibattito che vorrebbe essere scientifico, come quello sul clima. E invece, grazie a Dio, non sono paranoico! Gli avversari della scienza usano davvero il dossieraggio!

Questo ce lo racconta Antonello Pasini in un suo recente articolo sul Sole 24 ore. Ci riferisce di un commento molto critico a un suo recente studio, dove troviamo, fra le altre cose, che per criticare Pasini sono andati a ripescare, e rinfacciargli, le sue parole a un intervento tenuto a Riccione nel 2008. Il punto è che il testo di quel particolare intervento non si trova con Google (si trova solo l'annuncio del convegno). Sembrerebbe che esista solo in forma cartacea e una rivista pubblicata nel 2008 non è che si trova schioccando le dita. Questo vuol dire che qualcuno aveva raccolto documentazione su Pasini, pronta da usare alla prima occasione per screditarlo.

Quindi, dossieraggio contro Antonello Pasini. E' un dossieraggio, diciamo, "moderato" in quanto non usa informazioni private o delicate. Niente di illegale, ma è comunque utilizzato per distorcere il pensiero di Pasini e presentarlo come un estremista climatico, un catastrofista e un allarmista. Dossieraggio o no, questa gente si qualifica per quello che sono. Non hanno argomenti e quindi gli rimangono solo le offese. Pretendono di fare scienza, ma fanno solo propaganda politica

Lascio la parola a Antonello Pasini. Anche lui forse pensava di essere paranoico; grazie a Dio non lo è. Ma quanti di noi sono "schedati" da questa gente?

Dall' articolo di Antonelo Pasini).

P.S.: vorrei concludere con una sensazione. Ho la sensazione che questi signori abbiano un dossier su di me, che in qualche modo mi abbiano schedato. Avrebbero una copia del 2008 di questo oscuro settimanale diocesano; un mio amico ex-scettico mi ha detto che sanno addirittura qual è stato il mio compenso per la conferenza cui si riferisce questo settimanale - dato che pare sia comparso online sul sito del Comune di Riccione; raccolgono i comunicati stampa dell'ANSA che mi riguardano (ad esempio sulla presentazione del libro del dicembre 2010)... Mi aveva detto Guido Guidi (deus ex machina del suddetto blog) che voleva passare ai servizi segreti: evidentemente lui e i suoi amici si stanno preparando...

Un caro amico mi ha anche detto: chiaramente ti temono e tu per loro sei pericoloso. Grazie comunque a Climate Monitor. Io non ho scheletri nell'armadio, ma tutta questa attenzione nei miei riguardi non fa altro che convincermi di più che agire correttamente e secondo coscienza è sempre la cosa migliore! 


Da leggere su questo argomento anche l'articolo di Sylvie Coyaud, "L'inquisizione degli Yahoo"

venerdì 10 febbraio 2012

L'ondata di freddo e il cambiamento climatico: c'è una relazione?


 L'ondata di freddo nelle Marche - foto di Massimiliano Rupalti

L'articolo che segue è apparso il 7 Febbraio sul blog spagnolo "ustednoselocree". Segnalato da Antonio Turiel, ci è parso il caso di tradurlo e presentarlo ai lettori italiani. Certi riferimenti al ruolo dei meteorologi sono validi per la situazione in Spagna, tuttavia sono sensati anche per l'Italia e altri paesi. Anche da noi, spesso i  meteorologi non sono a loro agio con la scienza del clima. Certo, non tutti e basta pensare a Luca Mercalli e Luca Lombroso, per citare solo un paio di esempi. Ma ci sono, purtroppo, anche contro-esempi, come quello di Guido Guidi, di meteorologi che hanno abbracciato tesi anti-scientifiche in campo climatico. Quindi, questo articolo si può leggere come valido in termini generali nell'esaminare una questione fondamentale: se il grande freddo che ha colpito l'Italia, come tutta l'Europa, negli ultimi giorni sia da considerarsi come correlata al cambiamento climatico. Con tutta la prudenza del caso, la risposta sembra essere positiva - l'ondata di freddo artico che ci è arrivata addosso è parte della generale estremizzazione dei fenomeni climatici; a sua volta il risultato dal cambiamento climatico generalizzato (U.B.)

Traduzione di Massimiliano Rupalti

Di Ferran P. Vilar

Il meteorologo di riferimento del Gruppo Prisa, Florenci Rey, ha scritto il 2 di febbraio su El Pais, un articolo dal titolo “Quando la Siberia lascia la porta aperta”. Qui, segnalava che questo inverno, molto tiepido in tutto l'emisfero nord fino all'arrivo dell'ondata di freddo che ci invade adesso, iniziava ad essere conosciuto come “l'anno senza inverno”. Questi professionisti probabilmente hanno parafrasato il riferimento al 1816, conosciuto come “l'anno senza estate” ed il più freddo in 500 anni. Il motivo non fu altro che la presenza di eruzioni vulcaniche esplosive, in particolare del Tambora in Indonesia, i cui aerosol raggiunsero la stratosfera schermando così per mesi la radiazione solare (1). Rey nell'articolo si chiedeva: “Queste situazioni avverse sono una conseguenza del cambiamento climatico”? E si rispondeva: “Assolutamente no”. Alla fine del testo segnalava che:

Questi cambiamenti repentini in brevi lassi di tempo, un'alta variabilità meteorologica, possono essere l'inizio della traslazione del cambiamento climatico nell'area europea”(2).

Credo che sia la prima volta che vedo un meteorologo con una reputazione ben riconosciuta, far riferimento al cambiamento climatico nel caso di un fenomeno estremo. Per i meteorologi, non risulta facile fare associazioni di questo genere. Sono diversi i motivi, che vediamo qui e qui, ai quali vanno aggiunte gli obblighi ai quali i comunicatori sono tenuti dai media. Queste consistono, come minimo, in un'estrema prudenza, con la scusa di non ferire la sensibilità della gente, quando in realtà sono preoccupati per quella degli inserzionisti e dei vari sponsor che li frenano. Questi ultimi sono presenti sotto forma di grandi imprese oligopolistiche che non hanno bisogno di farsi pubblicità, ma stanno lì per qualcosa. Quindi, lo sforzo di Rey è meritorio. Tuttavia, questi punti potrebbero portare a confondersi poiché, apparentemente, le due affermazioni sono contraddittorie. Per questo motivo ho pensato di fare un po' di luce su questo argomento. Vedremo più avanti che affermare, come fa Rey, che questa situazione avversa non è la conseguenza del cambiamento climatico è azzardato. Dovrebbe, perlomeno, evitare tanta veemenza e assolutismo.

L'impossibilità di un'attribuzione concreta

Credo che la confusione provenga dal fatto che i nostri meteorologi mediatici sono "programmati," persino al loro interno, per ricordare, ad ogni occasione, che non è possibile attribuire una causalità diretta fra un fenomeno estremo concreto, ad esempio quello di cui stiamo parlando, ed il processo che si trova alla base del cambiamento climatico in corso. E' sicuramente così, poiché qualsiasi fenomeno può, all'inizio, esistere anche indipendentemente dal cambiamento climatico che ne sta alla base. Lo prova il fatto che ci si debba riferire al 1956 per trovare un'ondata di freddo di intensità simile a quella attuale (vedremo quanto dura). L'influenza del cambiamento climatico nei fenomeni estremi risiede non solo nella loro intensità ma, principalmente, nella loro frequenza. In quello che viene chiamato periodo di ritorno. Per esempio, l'Amazzonia ha già subito due episodi di siccità quasi consecutivi (2005 e 2010) di quelle da “una ogni cento anni” (3).

Nel 1956 il riscaldamento globale non solo non aveva l'intensità che ha oggi, ma in quel periodo  il processo di aumento della temperatura si era parzialmente arrestato a causa dell'immissione dell'atmosfera di particolato di zolfo e di carbonio. Effettivamente, l'imponente crescita economica di quegli anni portò alla costruzione di una grande quantità di centrali elettriche a carbone. Queste centrali non erano (ancora) obbligate a filtrare gli aerosol di zolfo risultato della combustione che   esercitano un effetto di schermatura solare, oltre ad essere la causa delle piogge acide. Ciò accade in modo simile, per gli effetti di cui ci occupiamo, a come accade per le eruzioni vulcaniche.

Cosicché il poggio (gli aerosol) faceva pari con la buca (l'aumento delle emissioni di CO2) e, fra il 1950 e il 1980, la temperatura è aumentata in modo trascurabile (4). Ricordiamo che l'aumento di temperatura veramente importante è avvenuto negli ultimi tre decenni, da quando la maggior parte delle centrali (occidentali) a carbone, dispongono di filtri per evitare che pietre, alberi e tutti noialtri finissimo per essere pasto dell'acido solforico. Non è quindi possibile attribuire una causalità diretta fra la concentrazione di CO2 ed i fenomeni estremi, perché le relazioni causa-effetto degli impatti del cambiamento climatico hanno una natura statistica. Così, con dati facilmente alla portata del pubblico, uno studente che stia per prendere la maturità avvertirebbe in tutta chiarezza che, a livello globale, questi estremi si producono con molta più frequenza oggi che nel passato e con magnitudini che sono statisticamente significative in relazione al progressivo aumento della temperatura. L'IPCC ha emesso di recente un rapporto a questo proposito (5).


La risposta è nell'Artico

Dico che affermare con assoluta certezza che questa ondata di freddo non ha nulla a che fare con il cambiamento climatico è azzardato perché questo è in contraddizione con la letteratura scientifica , che Rey dovrebbe conoscere. Questa non ha raggiunto conclusioni in merito, ma è da un po' di tempo che si chiede fino a che punto la riduzione del ghiaccio artico in un anno sia collegata con temperature invernali particolarmente fredde durante l'inverno successivo nell'emisfero nord. Alcuni, come il responsabile della sezione “atmosfera” del National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) degli Stati Uniti, James Overland, lo hanno molto chiaro. Durante la conferenza scientifica dell'Anno Polare Internazionale di Oslo nel 2010 ha dichiarato:

“Gli inverni freddi e con la neve saranno la norma, non l'eccezione”. 

E lo attribuisce al cambiamento climatico (6).

La comunità scientifica si riferisce a questi episodi come al “Artico caldo/continenti freddi” (7), in quello che è stato battezzato giornalisticamente come il paradosso dell'Artico (8). Bisogna ricordare, qui, che la zona artica si riscalda ad una velocità dalle 2 alle 4 volte maggiore della media del pianeta, a causa del fenomeno conosciuto come amplificazione polare, elemento chiave di tutto il problema climatico. Ma si riscalda a partire da una temperatura molto più bassa di quella delle latitudini inferiori, di modo che, se questa tremenda velocità di riscaldamento alterasse, in alcuni modi e circostanze, gli schemi delle correnti atmosferiche ( vale a dire, anteriori al suo riscaldamento), l'Artico potrebbe cominciare a mandare aria molto fredda verso sud, quando si presentino queste circostanze.

Nel 2009, nella pubblicazione accademica Global Planetary Change, Dagmar Budikova, dell'Università dell'Illinois, ha rivisto il ruolo che la riduzione della superficie di ghiaccio nell'oceano Artico, risultato del cambiamento climatico, gioca negli schemi generali della circolazione atmosferica (9) e due studi su Geophysical Research Letters, condotti da ricercatori dell'Università di Rutgers e di un istituto di ricerca giapponese, titolavano rispettivamente: “Gli schemi meteorologici invernali dell'emisfero nord si accordano all'estensione del ghiaccio nell'Artico” (10) e “L'influenza dei minimi di ghiaccio marino nell'Artico sugli inverni anormalmente freddi in Europa” (11). Nel 2010, il già menzionato Overland assicurava, su  Tellus A, che:

“I cambiamenti nella circolazione atmosferica su grande scala sono associati alla recente perdita di ghiaccio nell'Artico” (12).

Cosa che è stata riaffermata nel rapporto annuale “Arctic Report Card” del NOAA del 2011 (13). Il ghiaccio esercita una funzione di isolamento fra l'oceano e l'atmosfera che si trova al di sopra, per cui questa può raggiungere temperature estremamente basse. Ma quando il ghiaccio scompare, la temperatura in superficie deve essere superiore alla temperatura di congelamento dell'acqua di mare, -1,8°C. In questo modo si trasferisce energia dall'oceano all'atmosfera, alterando così la pressione e la circolazione atmosferica e favorendo le fasi negative della cosiddetta oscillazione Artica (14).

Nella fase positiva di questa oscillazione, la pressione atmosferica sulla superficie della zona artica è alta e questo mantiene l'aria fredda confinata in questa regione. Al contrario, nella fase negativa, le basse pressioni nel polo nord provocano un flusso d'aria fredda a latitudini molto inferiori a quelle dalla fase positiva (15), potendo così giungere fino all'Europa del sud. E' come lasciare la porta del frigo aperta: l'interno si riscalda, ma il freddo si espande in casa. Forse Rey stava pensando a questa metafora  quando si riferiva all'apertura della porta della Siberia. Il freddo entra (in questo caso) dalla Siberia, ora più fredda del normale, ma il frigo sta al polo.




Relazione fra la neve in Siberia ed il Jet Stream stabilita da Judah Cohen (Foto: National Science Foundation)

Da parte sua, Judah Cohen, direttore del'Atmospheric and Environmental Research Inc., un'organizzazione privata di previsione climatica per grossi clienti, cerca da anni degli indicatori in grado di anticipare la severità degli inverni. Cohen assicura di aver individuato nella quantità di neve in Siberia l'elemento che permette di anticipare la severità degli inverni nell'emisfero nord, attraverso una catena di  eventi dalla superficie alla stratosfera.

Temperature più alte significano maggior evaporazione, maggior quantità di vapore acqueo nell'atmosfera e, in generale, maggiori precipitazioni (16), quindi qui abbiamo una prima connessione. Cohen ha anche sviluppato un metodo di previsione dell'indice dell'oscillazione dell'Artico, finora ritenuta imprevedibile (17) e, nel gennaio scorso, ha formalmente pubblicato le sue conclusioni su Geophysical Research Letters (18).


Nel frattempo, alla fine del 2010, ricercatori del  Potsdam Institute for Climate Impact Research, uno dei migliori centri di ricerca europei su questo argomento, hanno segnalato i mari di Barents e di Kara, nel nord est della Russia, come l'origine del processo. Hanno mostrato il meccanismo per il quale quando, alla fine dell'estate questi mari e a differenza di quanto avviene normalmente, avessero perso la calotta di ghiaccio e si fossero riscaldati in modo significativo, negli inverni a seguire avrebbero prodotto ondate di freddo particolarmente forti (19). Secondo Vladimir Petoukhov, uno degli autori del lavoro:

“Chiunque pensi che l'assottigliamento di un ghiaccio lontano non abbia effetti si sbaglia di grosso. Nel sistema climatico esistono interconnessioni complesse e nei mari di Barents-Kara potremmo aver scoperto un potente meccanismo di retroazione positiva” (20).

Le condizioni dell'attuale episodio suggeriscono causalità

Bene. La superficie di ghiaccio dell'Artico nel 2011 si è ridotta in modo tale da raggiungere il minimo storico, dopo quello record del 2007 (21). Ma non solo questo. Quando, a partire dalla seconda metà dello scorso settembre, il ghiaccio marino Dell'Artico ha ripreso a formarsi, nei mari di Barents e Kara ciò non è avvenuto. Perlomeno fino alla fine di dicembre, come indicano esplicitamente gli ultimi dati  del National Snow and Ice Data Center (NSIDC) degli Stati Uniti (22). Di sicuro il ghiaccio nell'Artico non è mai stato così ridotto a Gennaio, come Gennaio scorso. Per catalogare un anno, nella graduatoria della superficie di ghiaccio dell'Artico, si è soliti aspettare il minimo annuale, sempre a settembre.  Ma se lo troviamo a gennaio, come si vede nel grafico, siamo di fronte al record assoluto. E se misuriamo il volume di ghiaccio, invece della superficie, osserviamo che la velocità di diminuzione è molto più alta. Al punto che si ritiene che il suo “ tipping point ” (punto di non ritorno) sia già stato superato (23). Quindi 1) si sta discutendo sulla relazione fra il cambiamento climatico e le ondate di freddo nell'emisfero nord in generale e si segnalano i mari di Barents e Kara come mediatori del processo; 2) i mari di Barents e Kara sono rimasti senza ghiaccio anche fino a dicembre; 3) l'oscillazione dell'Artico, da alcune settimane, è passata ad una fase molto negativa, da record (24; vedere grafico allegato con dati fino al 06.02.2012) e 4) si è prodotta un'ondata di freddo di particolare intensità che arriva fino all'Europa del sud.


Come può uno, a queste condizioni, chiedersi se c'è relazione fra una cosa e l'altra e rispondere “assolutamente no”? In termini medici, la diagnosi potrebbe forse non essere definitiva, ma senza dubbio la si riterrebbe compatibile col cambiamento climatico. Come sempre accade in un sano processo di avanzamento scientifico, prima di giungere a conclusioni definitive ci sono voci che manifestano prudenza o anche disapprovazione. Queste voci dicono che dobbiamo aspettare ancora per confermare il fenomeno in modo definitivo (28). Se in questa circostanza non è stato ancora attribuito il valore di verità scientifica definitiva è per due motivi. Uno è che non è certo quale sia l'uovo e quale la gallina (25). Ma c'è una correlazione significativa (non completa) e un meccanismo che è riprodotto nei modelli, cosa che induce a creder di più alla causalità che non alla casualità, anche se non è detta l'ultima parola (26). L'altra, conseguenza della prima, è che, per ora, non è possibile scartare la presenza di altri fattori (27) poco conosciuti, che siano o meno collegati all'alterazione dei meccanismi atmosferici risultanti dal cambiamento climatico che si trova alla base, sebbene questo sia già tanto come supposizione a questo punto. Alla fine, be', siamo in inverno. E di tanto in tanto queste cose accadono, anche col riscaldamento globale.

Il possibile significato della repentinità e dell'anticipo del cambiamento di stato

Alla fine, Florenci Rey fa riferimento alle improvvise discontinuità in un breve lasso di tempo come, lì sì, ad una manifestazione europea del cambiamento climatico di base. Anche questo richiede un chiarimento. Il cambiamento climatico in sé non è qualcosa che va necessariamente a causare improvvise discontinuità, salvo che con ciò non intendiamo l'aumento della frequenza dei fenomeni estremi, in particolare siccità e piogge torrenziali di intensità crescente rispetto a quanto registrato statisticamente e che non devono avvenire necessariamente in uno stesso luogo o momento. La stessa cosa si applica alle ondate di calore e a quelle di freddo. L'aumento progressivo delle temperature medie produce delle conseguenze nei raccolti e nel regno vegetale e animale molto più grandi di quanto i nostri sensi ci facciano supporre e provoca l'aumento del livello del mare, per adesso ancora incipiente ed appena percettibile.

Il problema delle improvvise discontinuità e di maggior variabilità risiede in qualcosa di qualcosa di ancora più preoccupante. Nella sua ricerca di indicatori che anticipano il cambiamento di stato del sistema climatico, o di qualsiasi suo sottosistema (i cosiddetti tipping points ), la comunità scientifica ha determinato che i sistemi in generale presentano particolari caratteristiche poco prima di passare ad un nuovo stato (29, 30, 31, 32, 33). Fra queste caratteristiche ci sono oscillazioni di maggior ampiezza. Bisogna segnalare, tuttavia, che questa ipotesi ha anche detrattori qualificati che segnalano che non è possibile fidarsi del comportamento di queste variabili a questo scopo e, alcuni, arrivando a ritenere questo tentativo un “wishful thinking” (Una pia illusione) (34) o segnalando che le transizioni potrebbero anche prodursi senza alcun preavviso (35, 36). Dato che non è concepibile che Rey, nell'esprimersi sulla repentinità, stesse dicendo il contrario di ciò che nella frase precedente negava con assolutezza, si può ritenere che si riferisse a ciò che ho appena descritto.

Meteorologi avanti e indietro

E' come se i meteorologi, le cui previsioni assicurano oggi un precisione considerevole, fossero avanti col tempo meteorologico ma fossero sempre indietro rispetto al clima. Dopo che da più di 30 anni si conosce il problema climatico, cominciano, timidamente, a parlarne pubblicamente, ma lo fanno quando i fenomeni potrebbero indicarci che il sistema si sia già destabilizzato e ci stiamo avvicinando ad un nuovo stato climatico, che non è una cosa qualsiasi. Ovviamente, è qualcosa di molto peggio e dalle conseguenze di un ordine di grandezza molto superiore a quelle di una ondata di freddo come quella attuale, che sia essa causata o meno dalla deglaciazione dell'Artico. Questi professionisti avranno sulle loro spalle, fra qualche anno, la responsabilità di aver avuto un posizione pubblica privilegiata dalla quale potevano avvertirci in tempo di quanto stava accadendo – favorendo così l'azione popolare e politica – e di non averlo fatto. Bene, diranno che non era un loro compito, che il tempo meteorologico è altro rispetto al clima. Per questo motivo occorre riconoscere il valore della relazione di Florenci Rey, anche con le sue debolezze.

Concludendo, potremmo avere la tentazione di credere che questi episodi particolarmente freddi compensino quelli più caldi di altri periodo dell'anno. Questo non è vero in nessun modo, poiché non solo le medie in spazio e tempo della temperatura continuano ad aumentare anno dopo anno (37), ma anche gli inverni, nonostante la loro maggior variabilità, sono per lo più caldi: sette degli inverni del primo decennio di questo secolo sono stati più caldi di un inverno medio fra il 1950e il 1980. E in estate la relazione è, qui sì, assoluta: 10/10 (38, 39).

A Complemento

Il meteorologo statunitense Jeff Masters racconta l'oscillazione dell'Artico alla National Public Radio e prevede molto freddo per quel che resta dell'inverno (audio in inglese ).

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I riferimenti bibliografici numerati si trovano a questo link.