Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


domenica 26 marzo 2017

Il motore a scoppio: ormai obsoleto come la locomotiva a carbone





L'articolo che segue, di Enrico De Vita, è stato pubblicato su "Automotive Dealer Report" di Febbraio 2017. Il suo limite è che non riporta riferimenti che che ci consentano di verificare le affermazioni dell'autore, alcune delle quali sembrano piuttosto discutibili. Ma, nel complesso, l'articolo sembra corretto nel descrivere una situazione disastrosa, soprattutto in Europa, per la gestione di un gigantesco parco veicoli per i quali tutti i trucchi possibili sono stati applicati per far sembrare che le emissioni fossero più basse di quello che sono. (E c'è anche di peggio di quello che trovate in questo articolo). 

La conclusione di De Vita è anche quella interessante: molto del disastro in corso è dovuto a una legislazione che vedeva nella cilindrata il parametro principale da tassare nei veicoli. Questo ha portato a costruire dei motori di piccola cilindrata "pompati" in vari modi per migliorare le prestazioni, anche a costo di peggiorare le emissioni. Un ulteriore esempio, se ce ne fosse stato bisogno, della miopia legislativa che spesso ottiene l'esatto contrario di quello che si propone di ottenere. La conclusione di De Vita è che bisognerebbe tornare a motori di più grande cilindrata. Questo migliorerebbe un po' le cose, ma ormai è troppo tardi. Il motore a combustione interna ("a scoppio") è altrettanto obsoleto delle locomotive a carbone. E' tempo di passare alla trazione elettrica. 

(ringrazio Leonardo Libero per la segnalazione)


La Faccia Nascosta del Dieselgate

di ENRICO DE VITA

Da 40 anni si misurano al banco consumi ed emissioni secondo metodi unificati. Da 15 anni si sa che i consumi sono “addomesticati”, sia perché rilevati a velocità limitate, a basso numero di giri e con potenze ridicole, sia perché l’esemplare messo al banco è oggetto di “delicatezze” particolari. Ma nessuno aveva mai messo in dubbio le emissioni. Nel 2015, allo scoppio del caso VW, avevamo detto chiaramente che uno aveva confessato, ma molte altre Case europee baravano sull’inquinamento sfruttando le maglie dei regolamenti. E da qualche mese l’elenco degli indagati si è allungato. Tuttavia, c’è ancora una faccia che non è stata portata alla luce. E che ribalta completamente i termini del problema: eccola.

La storia dell’antinquinamento nasce in California, attorno al 1967, non tanto per un problema di salute quanto di pulizia dell’aria. Era lo smog fotochimico, la cappa rugginosa che incombeva su Los Angeles, ben nota a chi scrive che in quel tempo lavorava per la Moto Guzzi a vendere le “V7” alla polizia californiana. A provocare lo smog nell’atmosfera era la combinazione di vapori di benzina e di ossidi di azoto (NOx), sotto l’azione dei raggi del sole. La benzina evaporava generosamente dai grossi carburatori delle auto, gli ossidi di azoto provenivano da tutto ciò che brucia in presenza di aria, quindi riscaldamento, industrie, cucine e motori. Il primo dispositivo introdotto fu un filtro a carboni attivi per raccogliere tutti i vapori che uscivano dal serbatoio e dal carburatore. Ma non bastava perché allo scarico c’era sempre benzina non combusta e altri idrocarburi non ossidati (HC).

E c’era soprattutto l’ossido di carbonio (CO), il gas che uccide se respirato per pochi minuti. Onde, i rimedi – pensati solo per i motori a benzina e resi obbligatori in California nel 1970 - furono: iniezione (sigillata) al posto dei carburatori, marmitta catalitica ossidante. Di auto diesel, negli Usa, a quei tempi, non c’era traccia. E anche oggi siamo sotto l’1% del parco.

Aria per diluire

A quei tempi, in Europa non si parlava di inquinamento atmosferico, ma si individuava nell’ossido di carbonio, CO, il gas pericoloso, che poteva diventare letale. Per rimediare si posero limiti alla emissione di CO al minimo. Ricordate il bollino blu?

Per le vetture esportate negli Usa si adottò invece una pompa che soffiava aria direttamente nel tubo di scarico in modo da diluire la concentrazione di CO nei gas (MG, Triumpf, Austin Healey, Jaguar). In tal modo la percentuale di CO allo scarico risultava inferiore. Non, ovviamente, la quantità totale. Ma per i regolamenti andava bene così.

In alcuni modelli, particolarmente ricchi di benzina, c’era anche un postcombustore nel tubo di scarico, alimentato con aria esterna.

Tuttavia negli Usa si volle andare oltre e nel 1973 si rese obbligatorio il catalizzatore trivalente, ovvero la marmitta dotata di un sensore chiamato sonda Lambda, in grado di mantenere sempre perfetta la miscela aria-benzina. In termine tecnico si dice: “in rapporto stechiometrico”, cioè senza una goccia di benzina in più di quella che può bruciare completamente. Questa è in pratica la favola che ci è stata raccontata per anni. La favola lasciava intendere che il catalizzatore trivalente riduceva a zero sia CO, sia HC, sia infine gli ossidi di azoto.

Il diesel non è benvenuto

Dal 1973 in avanti i dispositivi antinquinamento per le auto a benzina sono rimasti sostanzialmente gli stessi, mentre sono cambiati notevolmente i limiti per le emissioni e le norme di misura. In particolare sono diventati sempre più stringenti i limiti per gli NOx, anche se negli Usa le auto diesel non sono benvenute. O, forse, non lo devono essere.

E in Europa? Si cominciò a parlare di inquinamento dovuto al traffico (sempre addebitato alle auto e non al trasporto delle merci) solo nel 1987. Fu la Ford Europa la prima a farlo, ma per i quotidiani l’auto non inquinava, era un tabù. E così il catalizzatore venne osteggiato per molti anni, perché troppo costoso e perché le Case che non esportavano negli Usa sostenevano di poterne fare a meno.

Tuttavia dopo 5 anni di gestazione della benzina senza piombo, la cosiddetta “verde” che verde non lo era affatto, anzi, la soluzione del catalizzatore venne infine adottata nel 1992 (qualche anno prima per le cilindrate maggiori). In pratica l’Europa si mosse in ritardo di 20 anni rispetto agli Stati Uniti, ma recuperò in una notte il gap. Infatti i limiti adottati furono quelli – più severi - in vigore negli Usa nel 1992.
                                                                                        
Il viziaccio di fumare

Per i diesel, invece, l’Europa si era mossa in anticipo. Non per limitare CO ed HC, visto che il motore a gasolio lavora sempre in eccesso d’aria e brucia completamente il combustibile, ma per ridurre il vizio del fumo (nero) che alcune Case avevano ereditato allegramente: troppo facile spremere cavalli lavorando sulla mandata di gasolio. Complice anche la sua scarsa qualità e le elevate percentuali di zolfo, si impose un esame ottico della trasparenza allo scarico: molti ricorderanno i famosi opacimetri. Ma la vera spada di Damocle per il motore a gasolio fu l’accusa di essere il principale produttore di particolato, ovvero il PM10. In realtà, le polveri sottili misurate dalle centraline sono per l’80% un prodotto secondario, ovvero qualcosa che si forma nell’atmosfera dalla combinazione di sostanze già presenti, in particolare: un nucleo acido (al quale contribuiscono sia gli NOx prodotti da tutte le combustioni, sia l’anidride solforosa), tutti i composti organici contenenti H e C (combustioni incomplete, vapori di benzina e solventi, terpeni e oli emessi dalle piante). Morale il diesel automobilistico venne caricato di tutte le responsabilità in merito al particolato.

Pertanto, dal 1992, il motore a benzina ebbe vita facile e limiti abbordabili a basso prezzo, mentre per il diesel la vita divenne ogni giorno più dura. Con l’obbligo di adottare:
•    EGR, per ridurre la temperatura di combustione al minimo e limitare la formazione di NOx;
•    Marmitta catalitica ossidante, per bruciare le particelle di carbone e ridurre il particolato;
•    Filtro antiparticolato, per abbattere totalmente la presenza di PM 10 e di PM 2,5.

Errore madornale

Siamo giunti al 2008, la questione ambientale viene combattuta esclusivamente contro il diesel, nonostante sia il motore che garantisce “gratuitamente” un risparmio attorno al 30% di CO2 (che è un gas serra, non un veleno come troppi amministratori e politici hanno creduto). Ambientalisti poco informati, memori del fumo nero, trovano nel diesel il mulino a vento contro cui lanciare strali, ma anche la competizione industriale fa la sua parte. Perché Usa e Giappone limitano così tanto gli NOx pur non avendo un parco auto a gasolio di una certa consistenza? Notoriamente il diesel automobilistico è un’eccellenza europea e, neppure a farlo apposta, i cicli di misura al banco (sia quelli europei, sia quelli Usa) prevedono molte fasi col motore al minimo, proprio quando gli NOx (che sono un segnale di combustione perfetta) sono al massimo. Volete sapere ciò che pensa il legislatore americano degli NOX? Ecco:

“Gli ossidi di azoto sono una famiglia di gas molto reattivi che giocano un ruolo importante nella combinazione con composti organici volatili (VOC) che produce ozono (smog) nelle calde giornate estive. Respirare ozono può condurre a svariati problemi di salute, quali dolori al petto, tosse, irritazione di gola e congestioni. Respirare ozono può peggiorare le condizioni precedenti di bronchiti, enfisema e asma”.

Come si vede, nulla di estremamente pericoloso, anche perché tutte le combustioni producono NOx, perfino un litro di latte quando bolle sul gas. Ma, invece di sindacare sulla inopportunità dal punto di vista ambientale di abbattere ulteriormente gli NOx, nel 2008, prima Toyota e poi Mercedes presentano i loro costosi dispositivi per portare a zero gli ossidi di azoto: il catalizzatore DeNox e il catalizzatore selettivo a urea. Entrambi inventati per mostrare agli Usa che col diesel si poteva fare tutto. Entrambi tanto costosi da escluderne a priori l’impiego sulle piccole cilindrate. Entrambi così delicati e incerti da portare i tecnici dei laboratori a veri salti mortali per soddisfare le norme. E a cadere dal trapezio.

La zappa sui piedi

E fu così che Rudolf Diesel perse la guerra. O meglio l’hanno persa tutti i diesel, complici anche i media europei che hanno fatto a gara a stroncarlo. Come dire, darsi la zappa sui piedi. Chiamatela dieselgate, addebitatela alla Volkswagen, ma come facilmente si intuiva nel settembre 2015, molte altre Case (FCA, Renault, PSA) sarebbero finite nel calderone, al punto da rinfacciarsi oggi errori e complicità.

Qual è la verità? Tutti sapevano che annullare gli NOx era come scalare una parete di ghiaccio, ma avevano scommesso di riuscirci, accettando supinamente limiti Usa tre volte più severi di quelli europei. E avevano sottoscritto queste poche – importantissime - righe che compaiono quasi identiche sia nelle norme Usa (40 CFR del 1986), sia nella direttiva europea 715 del 2007:

La funzionalità dei dispositivi di controllo delle emissioni allo scarico e le emissioni per evaporazione deve essere confermata per tutta la normale durata di vita del veicolo, in condizioni di normale utilizzazione.

I controlli possono venire effettuati per un periodo di 5 anni o un chilometraggio fino a 100.000 km, a seconda della condizione che si verifica prima.

L’uso di sistemi di manipolazione che riducono l’efficacia di sistemi di controllo delle emissioni è vietato, a meno che:

•     non si giustifichi con la necessità di proteggere il motore da danni irreparabili o incidenti;
•    l’impianto (che manipola le emissioni, ndr) funzioni solo nella fase di avviamento;
•    non sia dettato da casi di emergenza.

I trucchi delle sale prova

Il dieselgate – e quel che ne consegue - sta tutto qui, nel non aver rispettato queste frasi. O meglio, nell’aver ritenuto sufficiente rispettarle (solo) nella prova al banco. Onde due abitudini note a chi ha frequentato sale prove e laboratori di emissioni:

•    l’esemplare sottoposto ad esame può essere scelto, preparato, alleggerito, dotato di oli speciali, con pneumatici a basso rotolamento, con accessori elettrici staccati. Perfino la pompa dell’acqua o la ventola vengono addomesticate ad hoc, tanto i controlli sul circolante non si sono (non si erano) mai fatti;
•    la centralina può essere addestrata a riconoscere se sta eseguendo la prova al banco e a modificare di conseguenza il suo comportamento. I trucchi sono tanti, quasi ogni Casa ne ha inventato uno, si va dal conoscere a memoria i punti (velocità e potenza) nei quali viene eseguito il ciclo di prova, alla apertura di un apposito interruttore sulla battuta del cofano (le prove al banco si eseguono a cofano aperto); dalla posizione del volante (se rimane in posizione fissa per qualche secondo), al conteggio dei minuti dopo la messa in moto (il ciclo di prova UE dura 11 minuti).

Nessuno aveva mai eseguito verifiche per le emissioni sul circolante, men che meno in Europa, ove ai costruttori si richiede soltanto di dichiarare i consumi di carburante misurati secondo i cicli, ma che poi nessuno controlla. Ci ha pensato l’EPA, l’agenzia Usa per la Protezione dell’Ambiente, nel 2014, quando ha scoperto che i sistemi VW per abbattere gli NOx diventavano un po’ meno efficaci una volta giù dal banco prova. Forse per farli durare più a lungo, o forse per risparmiare platino e rabbocchi di urea, fatto sta che la VW ha insegnato alla centralina come comportarsi al banco prova.

Non mantenendo così l’impegno sottoscritto, ovvero che i dispositivi presenti nell’esemplare testato sarebbero rimasti tali e quali anche nella marcia su strada.

Altre Case, più furbamente, avevano dotato le vetture di tasti “Eco” o simili, mediante i quali il rispetto delle emissioni veniva ottenuto solo in quella condizione. Che, ovviamente, non poteva rivelarsi molto brillante nelle prestazioni, ma sufficiente a passare l’esame.

La rivelazione della Bosch

Infine, qualche mese fa una rivelazione della Bosch ha fatto luce sul rovescio della medaglia, cioè l’altra faccia della guerra al diesel. Infatti, per lanciare una sua invenzione il costruttore tedesco ha affermato:

“Lo sapevate che anche i motori a benzina più avanzati sprecano circa un quinto del carburante? Soprattutto ad alti regimi, parte della benzina viene utilizzata per il raffreddamento anziché per la propulsione… in particolare quando si guida in autostrada.  E prosegue: “Al motore non deve essere consentito di surriscaldarsi. Per impedire che ciò accada, in quasi tutti i motori di oggi viene iniettato carburante in più, che evapora raffreddando le parti calde.”

Ecco che la favola del rapporto stechiometrico comincia a vacillare. Come fa l’impianto d’iniezione a non rispettare i comandi della sonda Lambda? Semplice, basta spegnerla ogni volta che la miscela va arricchita. Quando? Lo dice la Bosch, che di iniezioni se ne intende: agli alti regimi, in autostrada e – aggiungiamo noi – ogni volta che si affonda il piede. Lo avevamo scoperto nel 1992 con una nostra inchiesta, pubblicata su Quattroruote e mai smentita. Su 15 modelli a benzina provati, tutti spegnevano la sonda Lambda, istantaneamente, quando si premeva l’acceleratore e lo stesso facevano a velocità superiori a 125 km/h, cioè al di sopra di quella massima prevista nel ciclo.

Perché le Case hanno potuto immettere nei gas di scarico fino al 20% di benzina incombusta, molto più pericolosa di qualunque ossido di azoto? E perché questa notevole quantità di HC è sempre sfuggita ai cicli di omologazione?

Le valvole sono sacre

La ragione sta nella frase: “Ai motori non deve essere consentito surriscaldarsi”. Che tradotto significa: Da sempre abbiamo convenuto con i burocrati di Bruxelles che per raffreddare le valvole ed evitare danni al motore bisognava irrorare benzina liquida, che evaporando abbassava la temperatura delle valvole. Soluzione diventata normale, ma mai confessata apertamente. Il che significa che al di sopra delle blande prestazioni richieste nella prova al banco, dal tubo di scarico può uscire fino a un quinto di benzina incombusta.

Né serve a molto la marmitta catalitica, perché se non c’è ossigeno (compito assicurato dalla sonda Lambda, quando è in funzione) la combustione è incompleta, anzi si formano idrocarburi HC particolarmente stabili e resistenti alla ossidazione, che non godono proprio fama di medicine contro il cancro. Sono il benzene, il toluene e lo xilene, cioè idrocarburi aromatici, che oggi sono cresciuti in percentuale nelle benzine, per sostituire gli effetti antidetonanti che una volta svolgeva il piombo. Proprio la loro elevata stabilità li rende pericolosi per l’uomo, giacché il corpo umano non li trasforma, ma li accumula. Basti pensare che il benzene da solo può indurre 18 tipi diversi di tumore.

Ancor più pericolosi – anche se emessi in quantità mille volte inferiore – sono i derivati degli aromatici: benzopirene, crisene, fenantrene, fenantracene e altri polinucleari aromatici (in sigla (IPA). 10 GRAMMI DI VELENI AL km

Bosch afferma quindi che i motori a benzina “anche i più avanzati” possono emettere dal tubo di scarico un quinto (il 20%) di benzina non bruciata, e rivela un inquinamento nascosto del quale la stampa non aveva mai parlato. Con semplici calcoli ne deriva che una vettura che consuma 10 litri per 100 km, spreca 2 litri di benzina ogni 100 km, cioè 2,0 centilitri al km, che corretti con la densità del carburante danno 17 grammi al chilometro.

Se consideriamo che:

-    nei cicli di misura i limiti alle emissioni sono da sempre al di sotto di un grammo al km, per tutte le sostanze;
-    la norma Euro 6 prevede un massimo degli idrocarburi totali HC pari a 0,1 grammo, cioè 100 milligrammi al km;
-    17 grammi di benzina incombusta sono per oltre la metà formati da composti notoriamente cancerogeni;

si scopre che ai motori a benzina è stata concessa – e lo è tuttora – ampia libertà d’inquinare in nome della salute delle valvole.

Non così per il diesel, anzi. Infatti, la quantità di NOx, misurata su strada, in condizioni reali, nelle vetture diesel sottoposte a indagine a seguito del caso Volkswagen, è risultata compresa fra 0,08 e 0,5 grammi al km. Cioè quantità inferiori al grammo, per giunta di un gas (gli ossidi di azoto) che non è cancerogeno, che non contiene particolato e che può diventare un precursore del particolato solo se incontra proprio idrocarburi HC incombusti o volatili.  In altre parole, senza HC nell’aria, gli NOx non producono neppure lo smog fotochimico.

E anche se dimezziamo i valori del nostro calcolo (non tutte le auto a benzina consumano così tanto e non sempre si viaggia ad alta velocità o con acceleratore premuto) la benzina incombusta scende a 8 grammi/km. Morale, non c’è par conditio fra i due motori.

 Strada logica

E pensare che c’era una strada, logica, per evitare di immettere nell’atmosfera tanti idrocarburi incombusti: rinunciare ad aumenti eccessivi di potenza tali da provocare surriscaldamenti. Strada che avrebbe condotto a motori di grande cilindrata e di poca potenza, come ha scelto l’industria americana. Ma in Europa, il fisco ha sempre considerato la cilindrata un parametro per ricchi e lo ha tassato e tartassato. Così la concorrenza fra le Case non ha neppure preso in considerazione questa ipotesi. Una volta ottenuto da Bruxelles il nulla osta a salvaguardare i motori, il problema (di limitare le potenze) non si è più posto. E nessuno ha indagato sull’attentato alla salute pubblica conseguente all’impiego di miscele molto ricche in HC. Anzi, nell’alternativa salute pubblica o salute dei motori, ha prevalso quest’ultima.

Perché la Bosch ha parlato solo oggi, rivelando il problema di ieri? Semplice, perché ha inventato un dispositivo che può rimediare allo spreco di benzina iniettando acqua nebulizzata ad alta pressione nel condotto di aspirazione. E per rendere appetibile l’invenzione ha svelato – in verità senza molti dettagli – come e perché, dai tempi della prima marmitta catalitica, si curavano i bollenti spiriti dei motori con dosi di benzina liquida.

Enrico De Vita
Febbraio 2017



domenica 19 marzo 2017

Retenergie intervista Ugo Bardi

 Intervista apparsa sul sito di Retenergie, Marzo 2017. A cura di Daniela Patrucco.

Gli articoli di Ugo Bardi non passano mai inosservati. Vuoi per la profondità e l’originalità dell’analisi, vuoi perché da bravo scienziato non si cura troppo del consenso o delle critiche che riscuote, Ugo Bardi fa sempre discutere. Autore del blog Effetto Risorse, Ugo è professore presso l’università di Firenze e… sì, è anche socio "storico" di Retenergie.
 
In vista del prossimo appuntamento del G7energia (9/10 Aprile a Roma) gli abbiamo fatto qualche domanda su nucleare, gas, rinnovabili, efficienza energetica e liberalizzazioni. Certi che ancora una volta animerà la discussione. Su un punto esprime tuttavia una posizione perfettamente allineata: sull’opportunità di firmare la petizione per lo sblocco dei Sistemi di Distribuzione Chiusi.

Rinnovabili e nucleare francese: serve ancora carbone?

In un recente post pubblicato sul suo blog, Ugo valuta l’ipotesi di una riduzione delle importazioni italiane di energia nucleare, che potrebbero essere gradualmente ridotte fino a eliminarle entro il 2025. E' un obbiettivo certamente possibile – scrive - se si considera che parliamo del 5% e se pensiamo di cominciare a lavorarci sopra da adesso, promuovendo l'energia rinnovabile.
Mentre cerchiamo una strategia per sopperire alla fine del nucleare francese abbiamo davvero bisogno di far ripartire le vecchie caffettiere sbullonate a carbone (es. Enel Genova e Bastardo?)
Qui, come al solito, si pagano gli errori del passato. Nel futuro, si racconterà la storia del nucleare francese come un errore storico clamoroso, paragonabile all’idea di Napoleone di invadere la Russia nel 1812: dopo aver speso risorse immense, i Francesi si ritrovano a dipendere da un parco centrali ormai obsoleto per il quale il futuro rifornimento di uranio è tutto fuori che garantito. Va ricordato anche che Napoleone aveva delle truppe Italiane con lui, 50.000 uomini, dei quali ben pochi tornarono a casa. Un paio di secoli dopo, ci ritroviamo di nuovo ad aver seguito i Francesi in una delle loro balzane idee di “grandeur” napoleonica. Va detto, comunque, che i nostri guai sono ben poca cosa in confronto al disastro che si ritrova la Francia. Per noi, si tratta di riadattarsi e sostituire il nucleare francese con le rinnovabili; cosa perfettamente possibile per il “paese del sole”. Per la Francia, si tratta non solo di trovare una sostituzione per la frazione di energia, ben più importante, che il nucleare produce per loro, ma anche di trovare le risorse per gestire lo smantellamento delle centrali obsolete; impresa probabilmente più difficile di quella che Napoleone si trovava di fronte quando ha dovuto gestire la ritirata di Russia. E che, purtroppo, rischia di concludersi con un insuccesso altrettanto clamoroso.
Il gas e la Strategia Energetica Nazionale 

Abbiamo il G7 energia ad aprile ed entro quella data vogliamo aver definito la Strategia Energetica Nazionale”. Lo aveva detto il ministro per lo Sviluppo Economico, Carlo Calenda, intervenuto al convegno ‘Energia per la ripresa’, organizzato da Area Popolare lo scorso mese di Ottobre. “L’Italia – aveva detto – non può permettersi atteggiamenti randomici nel settore dell’energia. Il lavoro da fare con il parlamento e con gli stakeholders deve trasformarsi in una pianificazione di lungo periodo”. “Oggi – aveva proseguito il ministro – una Strategia Energetica Nazionale non può guardare solo all’efficienza degli approvvigionamenti, ma deve considerare anche dinamiche geopolitiche che possono mettere a rischio quegli stessi approvvigionamenti”. E poco tempo dopo, in occasione di un altro evento ha confermato che “L'Italia vuole diventare l'hub europeo del gas, sul trasporto, sulla distribuzione e su tutti i nuovi progetti finalizzati a ridurre le emissioni”.
Davvero dobbiamo porci in continuità con il passato e fare dell’Italia l’hub del gas? Non siamo fuori tempo massimo?
L’idea di fare dell’Italia l’“Hub Europeo del Gas” non è certamente una novità. Se ne parla da molto tempo. Purtroppo, si tratta di un’idea sostanzialmente velleitaria per molte ragioni. In primo luogo, siamo di fronte a una discreta confusione riguardo a che tipo di gas, esattamente. Parliamo di importare gas liquefatto, oppure di agganciarsi ai vari progetti di gasdotti dal Nord Africa o dal Medio Oriente? Per quanto riguarda la prima possibilità, il gas liquefatto, le grandi speranze di qualche anno fa sembrano essere svanite. Il gas doveva arrivare dalla “rivoluzione degli scisti” nell’America del Nord ma gli Stati Uniti rimangono tuttora un paese importatore di gas e la produzione è statica o solo in debole aumento. Non è escluso che nel futuro gli USA possano cominciare a esportare qualcosa, ma è utopico pensare che possano sostituirsi alla Russia come fornitori di gas per l’Europa. Per quanto riguarda invece i gasdotti, l’idea è basata sulla “Trans-Anatolian Gas Pipeline” che dovrebbe portare in Italia gas proveniente dall’Asia Centrale. Questa è un’idea più concreta e il nuovo gasdotto sembra essere in costruzione, il completamento è previsto per il 2018. Tuttavia, vista l’ingloriosa fine dei predecessori, Nabucco e South Stream, non è ovvio che ci si arrivi. Se il nuovo gasdotto sarà completato, comunque, l’Italia potrebbe giocare un certo ruolo, sia pure limitato, di “Hub” europeo.
Altrove tuttavia Ugo ha anche scritto che “sarebbe il caso di cominciare a ragionare sul renderci energeticamente un po' meno dipendenti dalle importazioni, come pure da risorse ormai in via di esaurimento. E a ragionare su come fare qualcosa di serio per ridurre le emissioni di gas serra. Non è che possiamo invertire completamente certe tendenze – ha scritto - ma perlomeno possiamo ridurre il danno. E abbiamo buone possibilità di fare qualcosa: se viviamo nel paese del sole, dobbiamo sfruttare il sole che, a differenza del petrolio, ci arriva gratis."

La Strategia Energetica Nazionale: davvero Grillo ha capito tutto?

Nelle scorse settimane Ugo ha sostenuto Beppe Grillo, l’unico politico – ha scritto - che nel suo blog ha parlato di energia come una priorità.

Una sintesi per la Strategia Energetica Nazionale: quale dovrebbe essere l’ordine del giorno del prossimo 9 e 10 Aprile al G7 di Roma?
In questi incontri dei “potenti della terra” (ma chi saranno mai costoro? Forse contadini particolarmente robusti?) si parla sempre delle stesse cose e l’ordine del giorno è sempre su come fare a “far ripartire la crescita”. Bene, questo non succederà. Il sistema è ormai stretto da limiti fisici che non consentono di continuare a crescere, se non come un’illusione ottenuta per mezzo di trucchi contabili. A questo punto, l’ordine del giorno del G-qualcosa dovrebbe e potrebbe essere come garantire la sopravvivenza dei servizi che il sistema economico fornisce ai cittadini: istruzione, assistenza sanitaria, sicurezza sociale, eccetera. Tutti questi servizi sono minacciati dalla contrazione economica generalizzata che è dovuta alla combinazione del graduale esaurimento delle risorse come pure dalla necessità di ridurre l’uso dei combustibili fossili per evitare il disastro climatico. Tutto questo implica una diversa priorità, quella di aumentare fin da adesso gli investimenti nelle rinnovabili per garantire i servizi energetici necessari per tutti.
La Petizione per lo sblocco dei Sistemi di Distribuzione Chiusi 

“Nella prima settimana di marzo, l'aula del Senato riprenderà l'esame sul ddl Concorrenza. Su spinta delle Associazioni ambientaliste, dei consumatori e del settore delle rinnovabili e dell'efficienza energetica sono stati presentati emendamenti importanti che riguardano lo sviluppo della generazione distribuita di energia rinnovabile, che potrebbero consentire il ripristino dei "sistemi di distribuzione chiusi", reti elettriche che permettono di scambiare energia prodotta verso più clienti. L'utilizzo dei "sistemi di distribuzione chiusi" da parte dei singoli cittadini "prosumers" o da piccole, medie o grandi aziende, rompe definitivamente un sistema basato su forme di oligopolio che scaricano sui costi energetici di ognuno di noi le loro inefficienze, i loro gigantismi organizzativi, i loro sprechi infiniti.”

Si tratta dell’appello (che si può firmare qui), lanciato insieme alla petizione, per chiedere un impegno concreto a Governo e Parlamento affinché nell'esame in aula del ddl concorrenza venga finalmente approvata questa norma.

Cosa pensi di questa petizione e cosa significa l’attuale strozzatura normativa per l’evoluzione della generazione rinnovabile distribuita?
E’ una cosa importante per sostenere l’energia rinnovabile in Italia. Qui, va detto che il governo Renzi si è distinto per il ruolo che ha avuto nell’affossare completamente l’industria delle rinnovabili in Italia, cancellando decine di migliaia di posti di lavoro e un comparto industriale che era fra i pochi in crescita nel paese e che prometteva di svilupparsi anche a livello internazionale. Questo è stato fatto con la riduzione degli incentivi ma soprattutto con una regolazione burocratica soffocante e capillare che si è posta come un peso inaccettabile per gli investitori. Fra le varie cose, ha avuto anche l’effetto di cacciar via operatori internazionali che avevano investito in Italia e che ora hanno completamente perso la fiducia nella capacità del governo italiano di mantenere le promesse fatte. A fronte di questo disastro, un decreto che liberalizza le reti private si pone come una misura concreta per rimediare almeno in parte al danno e consentire ai privati una maggiore flessibilità nell’uso dei sistemi nei quali hanno investito. Potrebbe persino portare a un nuovo interesse negli investimenti in un settore che è vitale per il sistema industriale Italiano.
In uno scenario normativo favorevole, quale ruolo potrebbero giocare le cooperative come Retenergie? Davvero, come dice Dirk Vansintjan (presidente di REScoop.eu) se l'energia la producessero i cittadini ci sarebbero vantaggi per tutti: economici, ambientali, sociali e geopolitici?
La situazione è fuori controllo. Le strutture politiche e finanziarie della società hanno reagito alla contrazione economica cercando di irrigidire il sistema economico e normativo in modo da cercare di mantenere in vita il sistema senza modificarlo; cosa ormai impossibile. In queste condizioni non possiamo aspettarci che le "istituzioni" riescano a invertire la rotta che ci sta portando al collasso economico. Dobbiamo seriamente cominciare a pensare a un "piano B" dove i cittadini prendono in mano la situazione e investono le risorse che possono ancora controllare per un futuro migliore. Certamente, questo non è facile davanti all'irrigidimento degli organi di governo che, in Italia, hanno fatto tutto il possible per sabotare la transizione verso le rinnovabili, purtroppo riuscendoci in parte. Ma una spinta collettiva di cittadini che si riuniscono in cooperative può riuscire a rilanciare l'energia rinnovabile come una speranza concreta per tutto il paese.
Efficienza o produzione? Dove investire oggi?

Bardi mette in discussione l’utilità di massicci investimenti in efficienza energetica. Sostiene infatti che fosse una posizione legittima una decina di anni fa, “per intendersi -dice - al tempo in cui Maurizio Pallante cominciava a proporre il concetto del "Secchio Bucato," nel senso che bisognava tappare il buco prima di ingegnarsi a riempire il secchio. Ma oggi le rinnovabili sono molto meno costose di allora e, allo stesso tempo, l'urgenza di liberarsi dei combustibili fossili è diventata pressante. Quindi, è sensato oggi dare la priorità alla produzione di energia rinnovabile dando un taglio netto all'uso dei fossili".

Dunque la teoria del "secchio bucato" è superata? Dobbiamo rinunciare all’efficienza e privilegiare la produzione?
La teoria del secchio bucato ha avuto una certa risonanza qualche anno fa. Al momento, comunque, la possiamo considerare come obsoleta principalmente per via della rapida riduzione dei costi dell’energia rinnovabile degli ultimi anni. Al punto in cui siamo, non conviene più investire ulteriormente nel prolungare l’agonia dei fossili rendendoli più efficienti. E’ meglio investire direttamente nelle rinnovabili. Fra le altre cose, comunque, la teoria del secchio bucato è fortemente centrata sullo stile di vita occidentale che, in effetti, ha molti sprechi che si possono eliminare. Ma nei paesi poveri la vita è già al limite della sopravvivenza e non si può chiedere ai cittadini di fare ulteriori sacrifici, ma anche loro devono ridurre le emissioni, altrimenti non ce la facciamo. Quindi, bisogna investire nelle rinnovabili anche nel cosiddetto “terzo mondo”.
Firma la petizione al Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni
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Fonti:
http://ugobardi.blogspot.it/2016/12/grillo-e-lenergia-di-chi-sono-le-balle.html
http://www.repubblica.it/economia/2017/01/12/news/centrali-155852340/
http://www.arezzoweb.it/2016/energia-calenda-strategia-energetica-pronta-per-il-g7-di-aprile-2017-362741.html
https://www.gasintensive.it/consorzio/calenda-dispacciamento-gare-gas-0004633.html
http://ugobardi.blogspot.it/2016/12/energia-o-collasso-grillo-ha-capito.html
http://ugobardi.blogspot.it/2016/12/ma-grillo-ha-veramente-capito-tutto.html

domenica 12 marzo 2017

Una narrativa per domani


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Ci siamo smarriti

Per visitare una città od una regione sconosciuta abbiamo bisogno di una mappa.   Se non l’abbiamo, o se non corrisponde a ciò che troviamo, siamo giustamente in ansia.   In molti casi, la faccenda può prendere una piega decisamente pericolosa.

Per esplorare con serenità il futuro immediato, cioè le cose che ci capitano di giorno in giorno, abbiamo ugualmente bisogno di una mappa.   Cioè di un sistema organico e coerente di idee che descrivono come è fatto il mondo e come funziona.

Di fatto oggi ci troviamo perduti in un deserto narrativo.   La fede nel progresso vacilla sempre di più sotto i colpi della realtà, ma le uniche alternative che finora si vedono sull’orizzonte sono perfino peggio. Spaziano infatti da reinvenzioni più o meno feroci di religioni tradizionali, a rigurgiti di ideologie che già hanno devastato il mondo.   In tutti i casi abbiamo un elemento comune: il focus è sulla brama di vendetta, piuttosto che sulle cose da fare per mitigare gli effetti nefasti dello scontro con i Limiti dello  Crescita globale.   Insomma, ciò che per ora emerge sono idee che hanno l’effetto di peggiorare ulteriormente i danni già fatti dal mito del progresso.   E non si tratta di una affermazione gratuita, abbiamo il riscontro sperimentale.  Per esempio in parecchi paesi arabi, dove al venire al pettine di nodi maturati nei 50 anni scorsi (crescita demografica, esaurimento delle risorse, degrado ambientale, pessimi governi, peggioramento del clima, erosione, ecc.) una percentuale sufficiente di persone ha risposto con un equivalente prosaico del biblico “Muoia Sansone con tutti i Filistei” ed i risultati sono nelle cronache internazionali.

Ciò è doloroso, ma tutt’altro che strano.  Strano, casomai, è che dopo decenni che si parla di queste cose, ancora non si veda sull’orizzonte un mito fondante capace di sostituire quello morente in modo efficace e funzionale.   Insomma, una narrativa alternativa a quella del progresso abbastanza potente da indurre una fetta consistente di umanità a reagire alle difficoltà crescenti in modo costruttivo anziché distruttivo.

Alcuni tentativi, a dire il vero ci sono stati.   Fra gli altri, possiamo ricordare la cosiddetta “ecologia profonda” (primi anni ’70) che si basava su di una sintesi fra dati scientifici e sentimenti potenti.   In parte mediati dal romanticismo europeo ed in parte da culture arcaiche.   Ma si tratta di fenomeni di ultra-nicchia, del tutto incapaci di influenzare l’evoluzione della cultura popolare.

Forse il fallimento di questo ed altri tentativi simili è dipeso proprio dal fatto che la distanza fra la mitologia proposta e quella corrente era troppo grande.   Del resto, se diamo uno sguardo al passato, le nuove religioni hanno spesso impiegato secoli per affermarsi, specialmente quando non potevano contare su di un’indiscussa superiorità militare ed una precisa volontà di conversione massiccia dei vinti.

Forse l’esempio che ci riguarda più da vicino è quello del Cristianesimo.   Nato in Palestina come riforma radicale dell’ebraismo di allora, per oltre due secoli è rimasto un fenomeno marginale nel panorama culturale dell’Impero Romano, prima di diventare oggetto di persecuzioni e quindi religione di stato.  Dunque un lungo periodo in cui si è evoluto, assorbendo e riadattando buona parte del patrimonio culturale della civiltà romana.

L’odierna mitologia del progresso, in entrambi i suoi filoni principali, quello socialista e quello capitalista, è nata nel grembo del cristianesimo e ne ha ereditato alcuni degli elementi fondanti come l’attesa messianica per una “fine dei tempi” trionfale ed una visione lineare della storia.   Anzi, è stato proprio questo retaggio che ha permesso alla nuova fede di stratificarsi sopra i culti precedenti, spesso senza neppure il bisogno di sostituirli formalmente.

Due esempi 

Dunque, tornando a noi, adesso che la resa dei conti è cominciata e si protrarrà per almeno un paio di secoli, abbiamo assoluto ed urgentissimo bisogno di una narrativa che ci aiuti, anziché aggiungere danno al malanno.   Ma non può essere troppo diversa da quella finora corrente, altrimenti non sarà accettata, come già è accaduto al citato tentativo della “Deep Ecology” e ad altri simili.
Senza volermi inventare teologo, mi pare che abbiamo sottomano diverse opzioni, potenzialmente idonee alla bisogna.   In Europa, ne abbiamo almeno due profondamente radicate nella nostra tradizione.   Più altre di non recente importazione, parimenti promettenti.

La prima è proprio il Cristianesimo.   E’ vero che, almeno nella variante cattolica, contiene nella sua struttura alcuni elementi estremamente problematici, primo fra tutti il rifiuto dogmatico della sovrappopolazione come dato di fatto e, quindi, di tutte le conseguenze relative.    Tuttavia il Cristianesimo contiene anche elementi preziosi per il contesto qui in discussione.   In particolare, mi riferisco alla mistica del peccato-penitenza-redenzione.

Passata in secondo piano nei decenni in cui il “progressismo” dominava il pensiero anche dei cristiani, e mal vista da molti fedeli, proprio questa mistica credo sia invece un punto molto qualificante per il futuro.   Negli anni a venire, quasi tutti noi ci dovremo rassegnare ad essere più poveri, a morire prima del previsto, a combattere per difenderci e molto altro ancora.   Un’insieme di cose dolorose che saremo in grado di tollerare senza il rischio di impazzire solo se saremo in grado di vedervi un significato ed una speranza.   Esattamente ciò che ci può dare la mistica dell’espiazione.

Fra l’altro, il concetto che nuocere alla Biosfera possa essere peccaminoso traspare già nell’enciclica “laudato si”; è un buon inizio.   Essere in grado di interpretare le calamità che attraverseremo come un cammino di redenzione potrebbe aiutarci molto e, quindi, anche facilitare l’elaborazione di stili di vita e modelli mentali in equilibrio dinamico con ciò che resta della Biosfera.   Qualcosa che potrebbe facilitare l’effettivo raggiungimento di un “nuovo mondo” assai più scomodo dell’attuale, ma migliore di quello che altrimenti rischia di essere.   Non bisogna sottovalutare la potenza del mito nel modellare la realtà.

La seconda mitologia cui sto pensando è proprio una variante del mito progressista: il socialismo.   Anche se alcuni dei suoi elementi basilari sono derivati dal cristianesimo, la sua narrativa è diversa su molti punti fondamentali, a cominciare dal fatto di essere una fede atea.  Praticabile quindi per quanti rifiutano l’ipotesi dell’esistenza di una o più divinità.  Nato nel cuore della rivoluzione industriale europea come alternativa ai movimenti populisti, si è dimostrato molto meno efficiente del capitalismo nel gestire la fase di crescita della civiltà industriale.  I Paesi socialisti hanno tutti consumato altrettanto o più dei quelli capitalisti, assicurando però alla gente un tenore di vita assai inferiore ed un grado di libertà molto più ridotto.

Tuttavia, il mito socialista contiene alcuni elementi che, se non hanno funzionato in fase crescente, potrebbero invece essere molto funzionali in fase di decrescita. In particolare, l’enfasi posta sul primato della comunità sull’individuo che può essere un formidabile strumento di coercizione, ma che può anche essere un altrettanto formidabile strumento per rendere accettabili sacrifici inevitabili.   Parimenti l’egualitarismo.   Ad esempio, è probabilmente vero quel che dicono gli economisti: che tagliare i redditi dei pochissimi super-ricchi non avrebbe un impatto sensibile sui bilanci statali in dissesto.   Ma è altrettanto vero che un simile taglio avrebbe invece un’importanza politica immensa, in quanto renderebbe la maggioranza della gente molto più disponibile ad accettare a sua volta tagli dolorosi.

Esistono anche altre narrative già ampiamente diffuse che potrebbero fornirci il supporto necessario, ma ci sono dei limiti di spazio da rispettare.

Una narrativa per il domani

In conclusione, penso che l’eredità culturale recente ci metta a disposizione parecchi modelli mentali adattabili all’estremo bisogno in cui siamo adesso.   Per limitarsi ai due esempi citati, il Cristianesimo, a condizione che riesca a superare il tabu sulla sovrappopolazione, ed il socialismo, a condizione che riesca a sopravvivere alla fine del progresso. Due cose forse possibili, ma estremamente difficili.

Per quanto riguarda il Cristianesimo, rispetto al tabu natalista ci sono delle differenze fra le varie chiese. In particolare, quella Cattolica ne discusse ampiamente durante il Concilio Vaticano II su istanza dei vescovi asiatici che premevano per un’apertura formale alla contraccezione. Ma fu deciso di non farne di nulla, principalmente per non mettere a repentaglio il dogma dell’Infallibilità del Papa. Ci sono tuttavia anche altri fattori più profondi.   Fra gli altri, accettare formalmente la contraccezione richiederebbe di elaborare un diverso rapporto spirituale con la sessualità e con gli istinti vitali dell’uomo. Per non parlare di altri tabu oggi anche più rilevanti nell’Europa odierna. In particolare, quello sull’accanimento terapeutico e la morte che avrà pesantissime ricadute sociali ed economiche nella lunga fase di necessario decremento demografico.

Per quanto riguarda il socialismo, rinunciare all’utopia del progresso significherebbe mettere in discussione il fondamento stesso dell’intera ideologia. Un’operazione che rischierebbe di annientare il poco che ne resta, ma che potrebbe anche farne una vera scialuppa di salvataggio mentale per molti.  In fondo, il socialismo reale non lo ha inventato Carlo Marx.   In un qualunque esercito moderno ci sono ruoli chiari e disciplina ferrea, ma il generale non è il padrone dei panzer ed è un servitore dello Stato esattamente come i suoi soldati.
 Il suo rango è reso riconoscibile da simboli che gli conferiscono grande prestigio sociale, mentre il suo stipendio può anche essere modesto.
La prima cosa che insegnano alla scuola ufficiali è che, se vuoi avere la fiducia dei tuoi uomini, devi fargli capire che ci tieni a loro, anche quando gli ordini di andare a morire.   Ci sono metodi consolidati per farlo e funzionano. Spesso costano la vita agli ufficiali, la cui mortalità è percentualmente sempre più alta di quella della truppa, ma è così che funziona.

In ultima analisi, quando una società è in crisi profonda, il modo spesso più efficace di gestire la situazione è proprio quello militare: gente ordinata e disciplinata, razionamento del necessario, eliminazione del superfluo, estrema solidarietà interna al gruppo.  Parimenti forte aggressività verso chi costituisce una minaccia, anche solo potenziale.  E’ così che funzionano i reparti al fronte ed è di qualcosa del genere che, temo, avremo presto bisogno.

Insomma, ci sono delle alternative sia allo stare seduti a frignare sui bei tempi andati, sia al consegnarci legati mani e piedi a dei dittatori in erba. Ce la faremo a praticarle?



sabato 4 marzo 2017

Il Picco dell'Uranio

Da “Extracted: How th Quest fot Mineral Wealth Is Plundering the Planet” 33° Rapporto al Club di Roma di Ugo Bardi. Modellizzazione di Michael Dittmar.  

Postato su energyskeptic. Traduzione di MR




Figura 1. Consumo cumulativo di uranio secondo il modello del IPCC 2015-2100 confrontato alle risorse misurate e e dedotte di uranio

[La Figura 1 mostra che il prossimo rapporto del IPCC conta parecchio sull'energia nucleare per mantenere il riscaldamento al di sotto dei 2,5°C. La linea nera rappresenta quanti milioni di tonnellate di risorse ragionevoli e dedotte sotto i 260 dollari al chilo rimangono (Libro rosso 2016 IAEA). Chiaramente, gran parte dei modelli del IPCC sono irrealistici. L'IPCC esagera anche fortemente la quantità di riserve di petrolio e carbone. Fonte: David Hughes (comunicazione privata)

domenica 26 febbraio 2017

Piani di realtà


Una delle caratteristiche comuni a tutte le culture umane, meno quella al momento dominante, è credere che la realtà si articoli su più piani contemporaneamente.   Di solito fra 3 e 7 secondo le tradizioni, ma non mancano cifre superiori. Tradizioni sbrigativamente liquidate come “religioni” o “superstizioni” da chi considera che esista un unico e solo piano di realtà: quello degli stati della materia e dei flussi di energia.   Un punto di vista singolare se si considera che proprio l’estrema potenza della scienza moderna ha portato alle estreme conseguenze l’interazione fra perlomeno due piani ben diversi di realtà.   Una scienza moderna che, man mano che procede a capire fenomeni sempre più complessi, diviene necessariamente sempre più esoterica nel senso letterale del termine (conoscenza riservata ad una ristretta cerchia di discepoli).

Un soldo di storia

Durante le ultime fasi di agonia della civiltà classica, quando non solo la plebe, ma anche la classe dirigente si guardava intorno attonita, un aristocratico di provincia, tal Agostino di Ippona, pubblicò una serie di libri destinati a dare fondamento alla civiltà che, qualche secolo più tardi, sarebbe sorta dal connubio fra la tradizione germanica e quella romana.   Il più importante di questi libri fu sicuramente “De civitate Dei contra Paganos " o, più semplicemente, “La città di Dio”.
Fra le moltissime altre cose, questo testo fondante della Cristianità opera una drastica semplificazione della realtà: esistono solo due piani contemporanei e compresenti: la “Città degli Uomini” che corrisponde al mondo materiale, soggetto al tempo ed al costante divenire delle cose.   Quivi tutto è imperfetto ed impermanente, luogo di peccato e di dolore.   La “Città di Dio” è invece di natura puramente spirituale e perciò perfetta ed eterna. La prima costituente una sorta di “esame di ammissione” alla seconda ove i giusti godranno della meritata beatitudine. La storia diveniva così leggibile non più sulla base del capriccio degli Dei o dell’ineluttabile Legge del Fato, bensì sulla base di un disegno divino imperscrutabile, ma certissimamente finalizzato alla redenzione dell’umanità. Un concetto che, sottotraccia, continua a dare forma alla nostra cultura atea e scientifica.

Fu questa una delle basi su cui fu edificata la civiltà medievale. Curioso che quando, trascorsi altri secoli, i filosofi si posero il problema di fondare una nuova civiltà che sostituisse il cadavere ormai putrefatto di quella precedente, da una parte usarono l’aggettivo “medioevale” per indicare tutto ciò che ritenevano spregevole, dall’altra ereditarono pari pari una bella fetta del mito cristiano, solo operandovi un’ulteriore semplificazione.  Non c’erano più due realtà, bensì una sola: quella che, almeno in linea di principio, può essere misurata con degli strumenti ed analizzata con metodi matematici.   Ovviamente, questo passaggio rendeva necessaria la trasposizione su di un solo piano della mitologia precedente, cosa che fu fatta per gradi con l’invenzione e lo sviluppo del concetto di Progresso.

Passati appena un altro paio di secoli, l’innesto di una disponibilità di energia praticamente (ma temporaneamente) illimitata su questo modello mentale scatenava quell’insieme di fenomeni che oggi chiamiamo “civiltà industriale”.   Un insieme di fenomeni che per la prima (e probabilmente ultima) volta nella storia ha permesso all’umanità di modificare l’intero pianeta per realizzare i propri desideri. Il fatto che il risultato non sia quello atteso, non avrebbe sorpreso S. Agostino e neppure Platone, ma sorprende noi, lasciandoci altrettanto attoniti e smarriti dei nostri antenati romani quando seppero che un piccolo re barbaro aveva saccheggiato l’Urbe.

Almeno due piani di realtà

Forse, nell’inseguire i nostri desideri, abbiamo dimenticato qualcosa.   Anzi, parecchie cose, una delle quali è che non esiste un solo piano di realtà.   Senza addentrarmi in dispute complicate, diciamo almeno due: la realtà fisica e quella delle idee.   Non parlo qui delle idee a priori di Platone (peraltro care anche a scienziati del calibro di Whitehead), bensì delle idee a posteriori che abbiamo tutti.

I desideri e le paure sono idee, così come i complicati modelli matematici con cui cerchiamo di interpretare la realtà fisica.   Ma anche gli ancor più complicati modelli mentali che sono alla base di ogni civiltà umana, la nostra in particolare.   In fondo, la storia di ogni civiltà è il racconto di come un determinato sistema organico di idee ha interagito con la realtà materiale di cui era fatto un certo pezzo di mondo in certo periodo.   E nessuno può negare che vi sia una costante, reciproca influenza fra questi due piani: il piano fisico modifica le idee e viceversa, costantemente.

La gloria e la maledizione della nostra civiltà è stata per l’appunto quella di essere riuscita a far si che le idee facessero aggio sulla natura in misura troppo grande e per troppo tempo.   Curioso che proprio noi si finisca spesso col dimenticare che le idee esistono, anche se non sono materiali.   Oppure, per reazione, con l’attribuire alle idee poteri sovrannaturali che non possono avere. Come nel caso della “legge di attrazione” e simili fantasie pericolose.

Simboli

In particolare, vorrei qui ricordare una categoria particolare di idee: i simboli.   Una categoria particolarmente importante, credo, perché posta proprio all’interfaccia fra i due piani di realtà di cui sto parlando.


Tutto il nostro pensiero è fatto di simboli.  Le parole ed i numeri sono concetti astratti che si esprimono tramite segni e suoni materiali.   Un’equazione non è altro che una relazione logica fra concetti, espressa tramite un sistema convenzionale di segni. Gli stessi concetti e relazioni si potrebbero esprimere in forma narrativa, ma si perderebbero la precisione e la sintesi di cui solo la matematica è capace. Ma che non sempre può essere usata, sia perché la maggior parte delle persone anche istruite la capiscono poco o punto, sia perché non può descrivere un’infinità di fenomeni vitali.   Per esempio tutto ciò che ha a che fare con il significato e lo scopo della vita umana.

La mente umana è avida di simboli, ne ha bisogno per pensare e praticamente qualunque oggetto, reale o virtuale, può diventare un simbolo: un disegno, una persona, un animale, un pezzo di stoffa.   Nessuno si interessa di un pezzo di stoffa colorata, ma milioni di persone sono morte per seguire una bandiera.

Troppo facile dire che ciò è segno di poca intelligenza e di scarso senso critico.   Il buon cinico osserva la realtà com’è, non come pensa che dovrebbe essere.  E la realtà è che per vivere gli uomini hanno un bisogno assoluto di attribuire un significato ed uno scopo alla propria esistenza. Chi non riesce a trovare un significato ed uno scopo alla propria vita non vive a lungo.  Ne sanno qualcosa i Nichilisti così ben descritti da Dostoevskij ne “I Demoni”.

Per quanto ne sappiamo, questa è una delle grandi differenze fra noi e gli altri animali.

A quanto pare, siamo noi ad attribuire un significato alle cose che osserviamo, ma una volta che questo significato esiste, sfugge ad ogni controllo e, anzi, può assumerne il controllo del comportamento umano, talvolta fino anche alle estreme conseguenze.

Così, quando si analizza qualcosa, si dovrebbe fare lo sforzo di identificare e considerare i vari piani di realtà su cui quel qualcosa esiste.   Lo sapeva bene Osama Bin Laden che, guarda caso, non attaccò il Vaticano od un altro edificio simbolico della civiltà cristiana, bensì le Twin Towers ed il pentagono: edifici simbolici del potere commerciale e militare degli Stati Uniti.   E l’effetto immediato è stato esattamente quello che lui aveva previsto: l’invasione dell’Afghanistan dove Bin Laden sperava di far fare agli americani la stessa fine fatta dai russi.

Futuro

Circa 1600 anni fa Agostino di Ippona dette un aiuto fondamentale ai romani.   Fornì loro una base su cui ricostruire un significato ed uno scopo per la loro esistenza in cui fosse possibile credere mentre l’Impero si disintegrava.   Forti di questo, i romani sopravvissero a 4 secoli di miseria, guerra e fame, riuscendo perfino a conservare una parte consistente del loro immenso patrimonio culturale. Certo, furono essenziali anche la cavalleria merovingia, i monasteri irlandesi, gli agronomi benedettini e molto altro ancora per uscire dal baratro, ma senza un sistema organico e funzionale di idee, tutti coloro che compirono l’impresa non avrebbero fatto niente di tutto ciò.

La civiltà industriale nacque invece dal trasferimento della “Città di Dio” sul medesimo piano materiale su cui si muovono le macchine, solo differita in un futuro non definito, ma raggiungibile.   Non poteva non piacere, ma è stato sostenibile solo finché è stato possibile credere che quella méta si stesse avvicinando.   Man mano che diventa evidente il contrario,  l’intero sistema mentale su cui abbiamo fondato le nostre esistenze comincia a svanire, abbandonandoci in un vuoto che ci terrorizza. Se non vogliamo fare la fine dei personaggi di Dostoevskij, e se non vogliamo consegnarci, legati mani e piedi, ad una qualche variante di “uomo forte”, faremmo bene a trovare in fretta qualcosa che dia significato e scopo a delle vite trascorse in un contesto di “sempre di meno”, anziché di “sempre di più”.

In fondo, le opzioni non mancano, si tratta di scegliere quelle giuste.



"Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come." 
Nietzsche










lunedì 20 febbraio 2017

Aggiornamento sull'esaurimento dei minerali: abbiamo bisogno di quote di estrazione?

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR


Attualmente, il problema dell'esaurimento delle risorse manca completamente dal dibattito politico. Dev'esserci una qualche ragione per cui alcuni problemi tendono a scomparire dalla percezione dell'opinione pubblica man mano che peggiorano. Sfortunatamente, il problema dell'esaurimento non scompare solo perché l'opinione pubblica non se ne interessa. Ho parlato di esaurimento in profondità nel mio libro del 2014 “Extracted” ed ora Theo Henckens aggiorna la situazione con questo post basato sulla sua tesi di dottorato “Gestire la scarsità di materie prime, salvaguardare la disponibilità di risorse minerali geologicamente scarse per le future generazioni” (16 ottobre 2016, Università di Utrecht, Olanda). La tesi completa può essere scaricata tramite il link http://dspace.library.uu.nl/handle/1874/339827.  (UB)


I minerali stanno finendo: servono quote di estrazione

Di Theo Henckens

Per fare in modo che ci siano a disposizione zinco, molibdeno e antimonio a sufficienza per la generazione dei nostri pronipoti, abbiamo bisogno di una accordo internazionale sulle risorse minerali.

mercoledì 15 febbraio 2017

Università: la quotidiana lotta contro il mostro della burocrazia


Il meteorite e il vulcano 


Dal Blog di Aldo Piombino (autore dell'ottimo libro "Il Meteorite e il Vulcano") un post che vale la pena di leggere dove Nicola Casagli racconta alcuni episodi di quotidiana follia nel cercare di gestire il mestiere del docente universitario. Confermo tutto: la vita dell'universitario è veramente così: passi la maggior parte del tuo tempo a lottare contro regole assurde e persone che fanno del loro meglio per non permetterti di lavorare. Nicola Casagli ne aveva già parlato qui, e io ne parlavo qui. Come mai ci siamo ridotti in questo stato, è difficile dire. Forse è un'ulteriore manifestazione del potere dell'entropia.

 


Cronache (burocratiche) da Rigopiano

Emergenza e burocrazia. Due entità in lotta fra loro. Tacito diceva che i germani, avendo buone abitudini, avevano bisogno di poche leggi, mentre i latini avendo cattive abitudini avevano bisogno di tante leggi. Senza tirare fuori il trito argomento Merkel e dintorni, noi siamo i discendenti dei latini, di cui condividiamo molti vizi. Purtroppo le ultime riforme, che avevano promesso di cambiare il mondo e che si ripromettevano di impedire le cattive abitudini, hanno portato una burocrazia totalmente priva di buon senso che è ostacolo al progresso e che soprattutto dimentica di avere a che fare con delle persone e non con dei complessi algoritmi. Soprattutto norme volte a ostacolare "fannulloni, disonesti e quant'altro" finiscono per essere di ostacolo a tutti coloro che operano avendo delle urgenze e danno l'impressione che sia la ricerca al servizio della burocrazia e non il contrario. I social network pubblicano spesso testimonianze su questo (dalla necessità di sostituire urgentemente un hard disk guasto su una attrezzatura fondamentale a quella di farsi spedire dall'estero un frontespizio di tesi di dottorato firmato, etc etc). Pubblico questa nota del professor Casagli che denuncia come in caso di emergenze come quella dell'hotel Rigopiano la burocrazia diventi quasi surreale e che frapponga una nutrita serie di ostacoli. É già seccante combattere contro le sue assurdità in tempi normali, è demenziale perdere tempo per cavilli burocratici durante una emergenza. Sperando che una volta per tutte almeno la ricerca scientifica e la gestione delle emergenze possano essere affrancate da procedimenti inconcepibili per una persona normodotata. (di Aldo Piombino)

Alla ricerca della posizione ideale per la strumentazione
Ecco la nota di Nicola Casagli:
Nel pomeriggio di mercoledì 18 gennaio 2017 una valanga si abbatte sull'hotel Rigopiano in Provincia di Pescara. Le operazioni di ricerca e recupero iniziano in situazioni ambientali difficilissime e con un alto rischio di nuovi distacchi di neve o di roccia dal canalone soprastante.

Giovedì 19 alle 21.40 ricevo una telefonata dal Centro Operativo Misto di Protezione Civile istituito a Penne per il coordinamento dei soccorsi. Chiedono se possiamo installare a Rigopiano uno dei nostri radar di monitoraggio. Il problema è che i nostri non vanno bene per le valanghe; è quindi necessario trovare un radar con frequenze e tempi di detezione adatti allo scopo. Prendo tempo fino alla mattina successiva.

Nella notte i miei ricercatori e io studiamo il caso, prendiamo informazioni, contattiamo colleghi e aziende specializzate per telefono e WhatsApp.

La mattina di venerdì 20 alle 8.00 diamo conferma: facciamo venire un radar doppler per valanghe da Zurigo, dove una startup (Geopraevent) ha realizzato la tecnologia giusta. Non abbiamo mai avuto contatti con quella società. Abbiamo visto il sito web e capito che può funzionare. Sentiamo anche una spinoff della nostra Università (iTem), che ha sviluppato la tecnologia degli array infrasonici per il monitoraggio delle valanghe.

Il tempo utile di preavviso di una nuova valanga a Rigopiano è solo di un minuto: in meno di 60 secondi i soccorritori si devono mettere in sicurezza per cui ci vuole un sistema allarmato. Verso le 11 il sistema è già progettato: il radar per l’allertamento rapido entro 10 secondi dal distacco della valanga, l’array infrasonico per il supporto alla previsione e per il pre-allarme.

Appuntamento ad Arcetri per preparare la missione. Partiamo alle 13.30 in 6 da Firenze con 2 automezzi fuoristrada, 2 da Zurigo con un furgone, altri 2 il giorno dopo da Firenze con un pickup. Un altro da Zurigo in aereo e macchina a noleggio.

Io sono professore, gli altri ricercatori precari: non abbiamo orario di lavoro e siamo abituati a lavorare anche nei giorni festivi. Ci sono anche due tecnici (laureati e dottori di ricerca, inquadrati ovviamente nella categoria dei diplomati perché si sa che all’Università conta prima di tutto risparmiare): loro non possono lavorare di domenica e le ore di viaggio nemmeno vengono riconosciute come ore di lavoro.

Pare che siano le conseguenze della legge Brunetta antifannulloni, che ovviamente va a colpire solo chi ha voglia e capacità di lavorare, mentre non tocca minimamente i fannulloni. Ma fortunatamente anche i nostri tecnici sono abituati a fare volontariato per la PA: hanno stipendi fissi di poco superiori ai 1200 euro.

Il traffico per raggiungere la zona dei soccorsi
Arriviamo a Penne alle 18.30 di venerdì con tutto il necessario. Il radar arriva alle 3.30 (di notte) di sabato, perché è stato bloccato tre ore alla dogana: una telefonata di spiegazioni non basta, vogliono un fax per sdoganarlo. A tutto abbiamo pensato tranne che a organizzarci per i fax. Anche al COM di Penne i fax non li manda più nessuno. Lo facciamo inviare dalla DICOMAC di Rieti (la sala che segue tutte le operazioni sulla sequenza sismica).

L’array infrasonico giunge a Penne domenica mattina da Firenze: fortunatamente fra le Regioni non ci sono le dogane!

Abbiamo portato con noi: radar e accessori, array infrasonico e accessori, un drone multicottero, telecamere e fotocamere, telecamera a infrarosso termico, GPS, ARVA, sci, ciaspole, attrezzature da neve e ghiaccio, componenti elettroniche, cassette degli attrezzi, batterie, generatori, modem, computer, taniche di carburante e molto altro.

Abbiamo dovuto pensare a portare tutto da casa perché da quest’anno ci hanno tolto le carte di credito di servizio e non possiamo fare più acquisti in situ. Dicono che esse erano incompatibili con la tracciabilità antimafia, che non potevano assegnare un Codice Unico di Gara, che non permettevano lo split payment dell’IVA, e che è molto più dinamico e moderno anticipare in contanti e aspettare mesi per essere rimborsati.

Ci vogliono ore per raggiungere il sito di installazione, in un infernale traffico di mezzi di soccorso sulla strada in cui è stata faticosamente aperta una corsia unica dalle turbine e dagli spazzaneve.

Con le ciaspole in risalita verso il canalone della valanga
E poi su con il "bruco" dell’Esercito o quello dei VVF. E poi a piedi con le ciaspole o gli sci attraverso la valanga con le attrezzature in spalla. Perché gli elicotteri non possono volare per la scarsa visibilità.

Non si vede niente. L’antenna del radar è puntata verso la parte alta del canalone sulla base delle simulazioni effettuate su un modello digitale del terreno. Ma il terreno non è più lo stesso: c’è la valanga sopra e i modelli digitali rappresentano solo la memoria del passato.

ll radar doppler è installato sabato 21 gennaio ed è operativo dalle ore 18:30. L’array infrasonico domenica 22 ed è in funzione dalle ore 16:30.

Nessuna delle attrezzature utilizzate è stata acquistata sui burocratici mercati unici del CONSIP per la Pubblica Amministrazione. Gran parte era stata acquistata in "tempo di pace" sul libero mercato, guardando alla qualità e non solo al prezzo, anche se ciò ci è costato montagne di dichiarazioni, assunzioni di responsabilità, RUP, commissioni, timbri, discussioni, delibere, verbali e lettere protocollate.

Il drone ce lo siamo interamente autoprodotto con la stampante 3D, perché il codice appalti ancora non ha scoperto l'esistenza di queste ultime e non le ha normate rendendole inutilizzabili come tutto il resto.

Radar e array sono delle ditte che abbiamo incaricato con una telefonata, senza le bizzarre e interminabili procedure di affidamento imposte alla Pubblica Amministrazione in tempo di pace. C’è l’urgenza e si applica l’art.63 del nuovo codice appalti. Per la verità le procedure semplificate per l’urgenza c’erano già anche prima con il vecchio codice all’art.57: l’unica cosa che è cambiata è la numerazione degli articoli (deve essere il nuovo che avanza).

Curiosamente invece l’art.163 del nuovo codice, appositamente pensato per le grandi emergenze di protezione civile, non è applicabile perché troppo burocratico.

Per la società svizzera non ci sono problemi: con gli stranieri le regole burocratiche degli approvvigionamenti sono un po’ più rilassate perché in Italia il protezionismo è alla rovescia, mica abbiamo Trump. Per la PA italiana è molto più facile dare un incarico a una società straniera che a una nazionale. Sarà per questo che molte nostre imprese traslocano all’estero, come i nostri ricercatori.

Installazione del radar
Per la spinoff dell’Università di Firenze invece ci aspetta un’epica lotta contro la burocrazia perché il nuovo codice appalti non ne parla: tratta solo di in-house delle pubbliche amministrazioni per le quali consente gli affidamenti diretti. Le spinoff accademiche sono lasciate nel limbo dell’incertezza normativa, per cui per la mia Università è molto semplice dare incarichi agli spinoff di tutti gli altri Atenei d’Italia e del mondo, ma è impossibile darli alle proprie, che sono incredibilmente escluse anche dal libero mercato.

Altre attrezzature sono state portate da noi, nel senso che sono di nostra proprietà privata e che le mettiamo a disposizione per far funzionare le cose. Chissà se all’ANAC avranno da ridire sull’uso pubblico di mezzi privati?

Anche i rifornimenti di carburante per automezzi e generatori li abbiamo fatti fuori-CONSIP, perché per trovare i distributori del fornitore unico TotalErg bisogna andarli a cercare, perdendo tempo e sprecando benzina più di quanto la convenzione ne faccia risparmiare. E poi a noi piace l'ENI e la "potente benzina italiana" di Enrico Mattei!

Tutto ha funzionato alla perfezione … tutto, tranne una cosa: la scheda SIM della TIM convenzione CONSIP 6 per la Pubblica Amministrazione.

Dato che pressoché tutti i soccorritori appartengono alla PA, nonostante la tempestiva installazione delle celle mobili, la rete TIM è andata in saturazione semplicemente perché tutti, ma proprio tutti - Protezione Civile, VVF, Soccorso Alpino, Forestale, Finanza, Militari, Carabinieri, Polizia, Comune, Provincia, Regione, etc. - sono obbligati a utilizzare CONSIP 6.

Siamo stati salvati dalla SIM degli svizzeri: i collegamenti con la stazione di monitoraggio sono stati fatti con il modem in roaming internazionale, alla faccia del risparmio, dell’efficienza e della razionalizzazione dei costi.

Con i Mercati Unici non si risparmia: si perde tempo, si alimenta l’inefficienza e alla fine si spende anche di più. E' la spending review, anch'essa alla rovescia.

Una settimana a Rigopiano ci ha fatto vedere che esistono due mondi della Pubblica Amministrazione: uno (largamente dominante) che si muove “a mille”, che comunica via WhatsApp, che risolve problemi e che getta il cuore oltre ogni ostacolo; un altro (minoritario e residuale) che comunica per PEC e fax, che pensa a togliersi le responsabilità piuttosto che a risolvere problemi, che gli ostacoli li crea anche quando non esistono.

Un attimo di riposo 
La comunità scientifica - inclusa l’Università - è parte integrante del Servizio Nazionale della Protezione Civile ed è chiamata a fornire il supporto tecnico-scientifico alle attività istituzionali di Protezione Civile: previsione, prevenzione, soccorso e superamento dell’emergenza.

Così Giuseppe Zamberletti concepì l’architettura del Servizio Nazionale, all’indomani del terremoto dell’Irpinia.

L’ex-Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha dichiarato a più riprese: “dobbiamo togliere l’Università dal perimetro della Pubblica Amministrazione perché non si governa l’Università con gli stessi criteri con cui si fa un appalto in una ASL o in un comune“.

Ho detto e scritto più volte che sarebbe sufficiente una semplice norma di poche righe, per abbattere il ginepraio burocratico-normativo in cui è stata fatta sprofondare l’Università italiana:

Al fine di assicurare il pieno ed efficace svolgimento del ruolo istituzionale delle Università e degli Enti di Ricerca, nel rispetto dei principi di autonomia stabiliti dall’articolo 33 della Costituzione e specificati dalla legge n.168 del 9 maggio 1989, NON si applicano alle Università statali e agli Enti di Ricerca le norme finalizzate al contenimento di spesa in materia di gestione, organizzazione, contabilità, finanza, investimenti e disinvestimenti, previste dalla legislazione vigente a carico dei soggetti inclusi nell’elenco dell’ISTAT di cui all’articolo 1, comma 2, della legge 31 dicembre 2009, n.196.”

Dopo l’esperienza di Rigopiano penso che tale norma debba essere assolutamente estesa anche a tutte le componenti del Servizio Nazionale della Protezione Civile.