Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


lunedì 20 febbraio 2017

Aggiornamento sull'esaurimento dei minerali: abbiamo bisogno di quote di estrazione?

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR


Attualmente, il problema dell'esaurimento delle risorse manca completamente dal dibattito politico. Dev'esserci una qualche ragione per cui alcuni problemi tendono a scomparire dalla percezione dell'opinione pubblica man mano che peggiorano. Sfortunatamente, il problema dell'esaurimento non scompare solo perché l'opinione pubblica non se ne interessa. Ho parlato di esaurimento in profondità nel mio libro del 2014 “Extracted” ed ora Theo Henckens aggiorna la situazione con questo post basato sulla sua tesi di dottorato “Gestire la scarsità di materie prime, salvaguardare la disponibilità di risorse minerali geologicamente scarse per le future generazioni” (16 ottobre 2016, Università di Utrecht, Olanda). La tesi completa può essere scaricata tramite il link http://dspace.library.uu.nl/handle/1874/339827.  (UB)


I minerali stanno finendo: servono quote di estrazione

Di Theo Henckens

Per fare in modo che ci siano a disposizione zinco, molibdeno e antimonio a sufficienza per la generazione dei nostri pronipoti, abbiamo bisogno di una accordo internazionale sulle risorse minerali.

mercoledì 15 febbraio 2017

Università: la quotidiana lotta contro il mostro della burocrazia


Il meteorite e il vulcano 


Dal Blog di Aldo Piombino (autore dell'ottimo libro "Il Meteorite e il Vulcano") un post che vale la pena di leggere dove Nicola Casagli racconta alcuni episodi di quotidiana follia nel cercare di gestire il mestiere del docente universitario. Confermo tutto: la vita dell'universitario è veramente così: passi la maggior parte del tuo tempo a lottare contro regole assurde e persone che fanno del loro meglio per non permetterti di lavorare. Nicola Casagli ne aveva già parlato qui, e io ne parlavo qui. Come mai ci siamo ridotti in questo stato, è difficile dire. Forse è un'ulteriore manifestazione del potere dell'entropia.

 


Cronache (burocratiche) da Rigopiano

Emergenza e burocrazia. Due entità in lotta fra loro. Tacito diceva che i germani, avendo buone abitudini, avevano bisogno di poche leggi, mentre i latini avendo cattive abitudini avevano bisogno di tante leggi. Senza tirare fuori il trito argomento Merkel e dintorni, noi siamo i discendenti dei latini, di cui condividiamo molti vizi. Purtroppo le ultime riforme, che avevano promesso di cambiare il mondo e che si ripromettevano di impedire le cattive abitudini, hanno portato una burocrazia totalmente priva di buon senso che è ostacolo al progresso e che soprattutto dimentica di avere a che fare con delle persone e non con dei complessi algoritmi. Soprattutto norme volte a ostacolare "fannulloni, disonesti e quant'altro" finiscono per essere di ostacolo a tutti coloro che operano avendo delle urgenze e danno l'impressione che sia la ricerca al servizio della burocrazia e non il contrario. I social network pubblicano spesso testimonianze su questo (dalla necessità di sostituire urgentemente un hard disk guasto su una attrezzatura fondamentale a quella di farsi spedire dall'estero un frontespizio di tesi di dottorato firmato, etc etc). Pubblico questa nota del professor Casagli che denuncia come in caso di emergenze come quella dell'hotel Rigopiano la burocrazia diventi quasi surreale e che frapponga una nutrita serie di ostacoli. É già seccante combattere contro le sue assurdità in tempi normali, è demenziale perdere tempo per cavilli burocratici durante una emergenza. Sperando che una volta per tutte almeno la ricerca scientifica e la gestione delle emergenze possano essere affrancate da procedimenti inconcepibili per una persona normodotata. (di Aldo Piombino)

Alla ricerca della posizione ideale per la strumentazione
Ecco la nota di Nicola Casagli:
Nel pomeriggio di mercoledì 18 gennaio 2017 una valanga si abbatte sull'hotel Rigopiano in Provincia di Pescara. Le operazioni di ricerca e recupero iniziano in situazioni ambientali difficilissime e con un alto rischio di nuovi distacchi di neve o di roccia dal canalone soprastante.

Giovedì 19 alle 21.40 ricevo una telefonata dal Centro Operativo Misto di Protezione Civile istituito a Penne per il coordinamento dei soccorsi. Chiedono se possiamo installare a Rigopiano uno dei nostri radar di monitoraggio. Il problema è che i nostri non vanno bene per le valanghe; è quindi necessario trovare un radar con frequenze e tempi di detezione adatti allo scopo. Prendo tempo fino alla mattina successiva.

Nella notte i miei ricercatori e io studiamo il caso, prendiamo informazioni, contattiamo colleghi e aziende specializzate per telefono e WhatsApp.

La mattina di venerdì 20 alle 8.00 diamo conferma: facciamo venire un radar doppler per valanghe da Zurigo, dove una startup (Geopraevent) ha realizzato la tecnologia giusta. Non abbiamo mai avuto contatti con quella società. Abbiamo visto il sito web e capito che può funzionare. Sentiamo anche una spinoff della nostra Università (iTem), che ha sviluppato la tecnologia degli array infrasonici per il monitoraggio delle valanghe.

Il tempo utile di preavviso di una nuova valanga a Rigopiano è solo di un minuto: in meno di 60 secondi i soccorritori si devono mettere in sicurezza per cui ci vuole un sistema allarmato. Verso le 11 il sistema è già progettato: il radar per l’allertamento rapido entro 10 secondi dal distacco della valanga, l’array infrasonico per il supporto alla previsione e per il pre-allarme.

Appuntamento ad Arcetri per preparare la missione. Partiamo alle 13.30 in 6 da Firenze con 2 automezzi fuoristrada, 2 da Zurigo con un furgone, altri 2 il giorno dopo da Firenze con un pickup. Un altro da Zurigo in aereo e macchina a noleggio.

Io sono professore, gli altri ricercatori precari: non abbiamo orario di lavoro e siamo abituati a lavorare anche nei giorni festivi. Ci sono anche due tecnici (laureati e dottori di ricerca, inquadrati ovviamente nella categoria dei diplomati perché si sa che all’Università conta prima di tutto risparmiare): loro non possono lavorare di domenica e le ore di viaggio nemmeno vengono riconosciute come ore di lavoro.

Pare che siano le conseguenze della legge Brunetta antifannulloni, che ovviamente va a colpire solo chi ha voglia e capacità di lavorare, mentre non tocca minimamente i fannulloni. Ma fortunatamente anche i nostri tecnici sono abituati a fare volontariato per la PA: hanno stipendi fissi di poco superiori ai 1200 euro.

Il traffico per raggiungere la zona dei soccorsi
Arriviamo a Penne alle 18.30 di venerdì con tutto il necessario. Il radar arriva alle 3.30 (di notte) di sabato, perché è stato bloccato tre ore alla dogana: una telefonata di spiegazioni non basta, vogliono un fax per sdoganarlo. A tutto abbiamo pensato tranne che a organizzarci per i fax. Anche al COM di Penne i fax non li manda più nessuno. Lo facciamo inviare dalla DICOMAC di Rieti (la sala che segue tutte le operazioni sulla sequenza sismica).

L’array infrasonico giunge a Penne domenica mattina da Firenze: fortunatamente fra le Regioni non ci sono le dogane!

Abbiamo portato con noi: radar e accessori, array infrasonico e accessori, un drone multicottero, telecamere e fotocamere, telecamera a infrarosso termico, GPS, ARVA, sci, ciaspole, attrezzature da neve e ghiaccio, componenti elettroniche, cassette degli attrezzi, batterie, generatori, modem, computer, taniche di carburante e molto altro.

Abbiamo dovuto pensare a portare tutto da casa perché da quest’anno ci hanno tolto le carte di credito di servizio e non possiamo fare più acquisti in situ. Dicono che esse erano incompatibili con la tracciabilità antimafia, che non potevano assegnare un Codice Unico di Gara, che non permettevano lo split payment dell’IVA, e che è molto più dinamico e moderno anticipare in contanti e aspettare mesi per essere rimborsati.

Ci vogliono ore per raggiungere il sito di installazione, in un infernale traffico di mezzi di soccorso sulla strada in cui è stata faticosamente aperta una corsia unica dalle turbine e dagli spazzaneve.

Con le ciaspole in risalita verso il canalone della valanga
E poi su con il "bruco" dell’Esercito o quello dei VVF. E poi a piedi con le ciaspole o gli sci attraverso la valanga con le attrezzature in spalla. Perché gli elicotteri non possono volare per la scarsa visibilità.

Non si vede niente. L’antenna del radar è puntata verso la parte alta del canalone sulla base delle simulazioni effettuate su un modello digitale del terreno. Ma il terreno non è più lo stesso: c’è la valanga sopra e i modelli digitali rappresentano solo la memoria del passato.

ll radar doppler è installato sabato 21 gennaio ed è operativo dalle ore 18:30. L’array infrasonico domenica 22 ed è in funzione dalle ore 16:30.

Nessuna delle attrezzature utilizzate è stata acquistata sui burocratici mercati unici del CONSIP per la Pubblica Amministrazione. Gran parte era stata acquistata in "tempo di pace" sul libero mercato, guardando alla qualità e non solo al prezzo, anche se ciò ci è costato montagne di dichiarazioni, assunzioni di responsabilità, RUP, commissioni, timbri, discussioni, delibere, verbali e lettere protocollate.

Il drone ce lo siamo interamente autoprodotto con la stampante 3D, perché il codice appalti ancora non ha scoperto l'esistenza di queste ultime e non le ha normate rendendole inutilizzabili come tutto il resto.

Radar e array sono delle ditte che abbiamo incaricato con una telefonata, senza le bizzarre e interminabili procedure di affidamento imposte alla Pubblica Amministrazione in tempo di pace. C’è l’urgenza e si applica l’art.63 del nuovo codice appalti. Per la verità le procedure semplificate per l’urgenza c’erano già anche prima con il vecchio codice all’art.57: l’unica cosa che è cambiata è la numerazione degli articoli (deve essere il nuovo che avanza).

Curiosamente invece l’art.163 del nuovo codice, appositamente pensato per le grandi emergenze di protezione civile, non è applicabile perché troppo burocratico.

Per la società svizzera non ci sono problemi: con gli stranieri le regole burocratiche degli approvvigionamenti sono un po’ più rilassate perché in Italia il protezionismo è alla rovescia, mica abbiamo Trump. Per la PA italiana è molto più facile dare un incarico a una società straniera che a una nazionale. Sarà per questo che molte nostre imprese traslocano all’estero, come i nostri ricercatori.

Installazione del radar
Per la spinoff dell’Università di Firenze invece ci aspetta un’epica lotta contro la burocrazia perché il nuovo codice appalti non ne parla: tratta solo di in-house delle pubbliche amministrazioni per le quali consente gli affidamenti diretti. Le spinoff accademiche sono lasciate nel limbo dell’incertezza normativa, per cui per la mia Università è molto semplice dare incarichi agli spinoff di tutti gli altri Atenei d’Italia e del mondo, ma è impossibile darli alle proprie, che sono incredibilmente escluse anche dal libero mercato.

Altre attrezzature sono state portate da noi, nel senso che sono di nostra proprietà privata e che le mettiamo a disposizione per far funzionare le cose. Chissà se all’ANAC avranno da ridire sull’uso pubblico di mezzi privati?

Anche i rifornimenti di carburante per automezzi e generatori li abbiamo fatti fuori-CONSIP, perché per trovare i distributori del fornitore unico TotalErg bisogna andarli a cercare, perdendo tempo e sprecando benzina più di quanto la convenzione ne faccia risparmiare. E poi a noi piace l'ENI e la "potente benzina italiana" di Enrico Mattei!

Tutto ha funzionato alla perfezione … tutto, tranne una cosa: la scheda SIM della TIM convenzione CONSIP 6 per la Pubblica Amministrazione.

Dato che pressoché tutti i soccorritori appartengono alla PA, nonostante la tempestiva installazione delle celle mobili, la rete TIM è andata in saturazione semplicemente perché tutti, ma proprio tutti - Protezione Civile, VVF, Soccorso Alpino, Forestale, Finanza, Militari, Carabinieri, Polizia, Comune, Provincia, Regione, etc. - sono obbligati a utilizzare CONSIP 6.

Siamo stati salvati dalla SIM degli svizzeri: i collegamenti con la stazione di monitoraggio sono stati fatti con il modem in roaming internazionale, alla faccia del risparmio, dell’efficienza e della razionalizzazione dei costi.

Con i Mercati Unici non si risparmia: si perde tempo, si alimenta l’inefficienza e alla fine si spende anche di più. E' la spending review, anch'essa alla rovescia.

Una settimana a Rigopiano ci ha fatto vedere che esistono due mondi della Pubblica Amministrazione: uno (largamente dominante) che si muove “a mille”, che comunica via WhatsApp, che risolve problemi e che getta il cuore oltre ogni ostacolo; un altro (minoritario e residuale) che comunica per PEC e fax, che pensa a togliersi le responsabilità piuttosto che a risolvere problemi, che gli ostacoli li crea anche quando non esistono.

Un attimo di riposo 
La comunità scientifica - inclusa l’Università - è parte integrante del Servizio Nazionale della Protezione Civile ed è chiamata a fornire il supporto tecnico-scientifico alle attività istituzionali di Protezione Civile: previsione, prevenzione, soccorso e superamento dell’emergenza.

Così Giuseppe Zamberletti concepì l’architettura del Servizio Nazionale, all’indomani del terremoto dell’Irpinia.

L’ex-Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha dichiarato a più riprese: “dobbiamo togliere l’Università dal perimetro della Pubblica Amministrazione perché non si governa l’Università con gli stessi criteri con cui si fa un appalto in una ASL o in un comune“.

Ho detto e scritto più volte che sarebbe sufficiente una semplice norma di poche righe, per abbattere il ginepraio burocratico-normativo in cui è stata fatta sprofondare l’Università italiana:

Al fine di assicurare il pieno ed efficace svolgimento del ruolo istituzionale delle Università e degli Enti di Ricerca, nel rispetto dei principi di autonomia stabiliti dall’articolo 33 della Costituzione e specificati dalla legge n.168 del 9 maggio 1989, NON si applicano alle Università statali e agli Enti di Ricerca le norme finalizzate al contenimento di spesa in materia di gestione, organizzazione, contabilità, finanza, investimenti e disinvestimenti, previste dalla legislazione vigente a carico dei soggetti inclusi nell’elenco dell’ISTAT di cui all’articolo 1, comma 2, della legge 31 dicembre 2009, n.196.”

Dopo l’esperienza di Rigopiano penso che tale norma debba essere assolutamente estesa anche a tutte le componenti del Servizio Nazionale della Protezione Civile.

venerdì 10 febbraio 2017

Destra - sinistra = immigrazione


di Jacopo Simonetta

Articolo già apparso col titolo "Destra versus Sinistra" su "Crisis, What Crisis?"

Senza pretendere di sviscerare una questione che appassiona fior di politologi, vorrei qui proporre alcune riflessioni molto parziali e personali, derivate dalla mia limitata esperienza di “navigatore internet”.   Le pubblico nella speranza di stimolare dei commenti che aiutino me ed altri a raccapezzarmi in questo guazzabuglio.


Per cominciare

Per cominciare, vorrei ricordare che, anche in passato, Destra e Sinistra sono spesso state abbastanza vicine da scambiarsi idee, metodi e scopi.   Populisti  e socialisti  sono sempre stati nemici giurati, pur volendo entrambi proteggere la gente comune dalla rivoluzione capitalista.   Il Fascismo nacque da una costola del Partito Socialista ed il nome completo del partito di Hitler era “Partito Nazional-Socialista”; un partito che nella DDR è rimasto al potere fino al 1989 senza neppure cambiare nome.   Tanto per citare un paio di esempi scelti non a caso.
Ben più vicino a noi, nei momenti caldi della guerra del Donbass si sono visti volontari internazionali comunisti e fascisti combattere dalla stessa parte, talvolta contro altri miliziani non meno fascisti.   Il governo russo finanzia apertamente partiti come Forza Nuova e Front National, ma questo non impedisce a Putin di essere molto popolare in un’ampia fascia della sinistra euro-occidentale.   In Italia, la Lega ha le sue roccaforti in zone un tempo comuniste e Grillo raccoglie consensi da entrambe le parti.  Tanto per citare solo qualche altro esempio.
Dunque, stando così le cose, la domanda che tanti si pongono è se una differenza esista ancora e, se si, quale sia.
Per cominciare, ho raccolto in una tabella alcuni temi caldi del momento, con la posizione più generalmente adottata da persone che si definiscono di destra o di sinistra.   Preciso che con Sinistra, non mi riferisco al PD o ad altri partiti di lungo corso, ma ai delusi dei medesimi che ora vagano in cerca di una casa politica.    Inoltre, la classificazione in “destra” e “sinistra” è ovviamente riduttiva, ma una trattazione approfondita esula dai limiti di un post. Ovviamente, in tabella figurano solo alcuni dei temi politici del momento, ma sono quelli che suscitano il massimo di commenti e di animosità.   Quindi, probabilmente quelli che più fortemente influenzeranno le prossime elezioni.
In verde gli argomenti su cui si registra una sostanziale convergenza, in blu quelli su cui la convergenza è parziale, in rosso quelli su cui c’è una differenza sostanziale.

Salta all’occhio che, sulla maggior parte delle questioni che tengono banco sui social, molte posizioni sono tendenzialmente convergenti almeno in parte. Anche se, spesso, per motivi almeno in parte diversi.
Le posizioni sono invece fortemente distinte in materia di diritti dei gay e delle donne, ma soprattutto in materia di immigrazione, islamica e non.

Prospettive

Partendo dal presupposto che la crescita economica non tornerà mai più (oramai lo dice anche il FMI) e che, anzi, tenderà a peggiorare, quali possono essere gli sviluppi della situazione?
Per quanto riguarda il primo punto (diritti gay e femminismo), più che vere posizioni politiche siamo spesso di fronte ad atteggiamenti mentali.  

Attualmente sono inconciliabili, ma si sta assistendo alla rapida erosione delle posizioni “progressiste”.   Man mano che la crisi economica svuota le tasche della gente, la disponibilità a preoccuparsi per il matrimonio tra omosessuali, per dire, scema rapidamente.   Anche le posizioni duramente conquistate dalle femministe della passata generazione vengono rapidamente erose per ragioni analoghe, perfino fra le donne che pure sono il 50% del corpo elettorale.

L’immigrazione e tutta la galassia di argomenti che si muovono intorno ad essa sono invece un punto di scontro fondamentale che, al contrario di altri, tende a radicalizzarsi.   Anzi, la faccenda è tanto sentita che sorpassa oramai in peso politico quasi tutte le altre questioni.   Perfino le questioni economiche vengo spesso discusse in relazione agli effetti dell’immigrazione sul PIL, benefici o nefasti secondo le fonti.    Ben più vitale, il giudizio sull’adesione alla Comunità Europea oramai viene spesso discusso in relazione a come si pensa che la Commissione voglia gestire i flussi migratori.

In questo caso non credo che si possa mai arrivare ad una convergenza, ma penso che le prossime ondate di crisi economica e di crisi migratoria inevitabilmente sposteranno un’ulteriore quota di voti verso la destra.

Non credo infatti che la vertiginosa crescita dei movimenti xenofobi dipenda da un aumento di veri fascisti ed assimilabili, bensì dall’aumento di gente che si sente minacciata e si rivolge a chi, magari per ragioni non condivise, promette provvedimenti drastici (anche se magari irrealizzabili o inefficaci).   Poco importa a questo punto il come ed il perché, importa solo la paura.  Una paura che è alimentata tanto dalla propaganda xenofoba e razzista della destra, quanto dalla propaganda negazionista e buonista della sinistra.   E questo è un punto fondamentale su cui credo che non si sia riflettuto abbastanza.

Propaganda e contro-propaganda

La propaganda di destra è incentrata principalmente sul fatto che gli immigrati sono diversi da noi e che perciò creano problemi.   Si parla anche del fatto che sono tanti e che i governi devolvano ad essi risorse che vengono a mancare agli autoctoni.   Argomenti complessi ma che, comunque, rappresentano aspetti della situazione teoricamente gestibili. Viceversa, non una parola sull’unico aspetto drammaticamente inoppugnabile: l’Europa è un paese già terribilmente sovrappopolato che ha urgente bisogno di ridurre la propria massa umana, pena un rapido e dolorosissimo collasso.   In un passato anche recente molte società hanno infatti trovato il modo di funzionare con popolazioni assai diversificate, ma solo finché queste non hanno superato la capacità di carico dei loro territori.  Una cosa che gli europei hanno fatto un paio di secoli addietro, cavandosela poi solo grazie al fatto di essere stati in grado di far pagare ad altri in conto della loro prolificità.

Al di là delle differenze culturali, religiose, ecc. l’unico vero problema – il vero “elefante nella stanza” - è quindi che l’immigrazione vanifica la salutare decrescita della natalità interna.
Dal canto suo, la sinistra incentra la sua propaganda fondamentalmente su alcuni temi che le sono cari: l’uguaglianza, la solidarietà, il senso di colpa verso le classi ed i popoli più o meno maltrattati dal capitalismo occidentale.   C’è una parte di verità in quel che dice e, certamente, sono nobili i sentimenti cui fa appello.   Ma trascura di dire che la solidarietà e l’accoglienza hanno un prezzo in termini di ampliamento dell’Impronta Ecologica nazionale.   Un’impronta che già eccede di almeno il 50% i più prudenti parametri di sostenibilità.  

Certo, la maggioranza di noi potrebbe rinunciare ad una fetta del proprio benessere a favore di altri, ma questo punto non è fra quelli posti in risalto.   Né si dice che questo prezzo salirà esponenzialmente man mano che i flussi necessariamente cresceranno, mentre la situazione ambientale e sociale europea non potrà che peggiorare.   Beninteso, peggiorerebbe anche senza immigrazione del tutto, solo un po' meno rapidamente.   Ma il flusso di gente dall’estero crea una situazione troppo facilmente strumentalizzabile perché non venga sfruttata.

Questo è un punto chiave perché, mano a mano che la situazione sociale ed economica degrada, i problemi direttamente od indirettamente connessi con la sovrappopolazione non possono che aggravarsi.   Ed un numero crescente di persone deluse o spaventate continuerà a passare sul fronte opposto, facilitate proprio dal fatto che, su molti altri punti essenziali, i distinguo sono sempre più fumosi.

In sintesi, la pertinace ostinazione nel negare l’esistenza di un problema di numero di persone, apre la porta chi sostiene che il problema derivi dal colore delle persone.   In pratica, la sinistra dovrebbe capire che la sua propaganda e le politiche che sostiene (anche se spesso assai più dichiarate che praticate) stanno erodendo i margini per un ragionevole compromesso e stanno aprendo la strada a reazioni violente.

Un pronostico

In conclusione, azzardo un pronostico che spero sia sbagliato:  O i partiti di sinistra e di centro si affrettano ad elaborare posizioni e provvedimenti capaci di riportare i flussi, a livello europeo,  nell’ordine delle migliaia di persone l’anno, oppure un’ondata di governi “Trump stile” diverrà praticamente inevitabile.   Un errore che potrebbe risultare irreparabile, come sta ampiamente dimostrando l’amministrazione Trump.   Mentre vara prevedimenti tanto spettacolari quanto inutili o inattuabili sul fronte dell’immigrazione, il “tycoon” scatena tutto l’arsenale possibile per distruggere ciò che resta della capacità di carico del suo paese e del mondo intero.   Che poi è solo un altro modo per aggravare gli effetti della sovrappopolazione che, ricordiamoci, non derivano dal numero assoluto di persone, ma da come l’impatto complessivo di queste (popolazione moltiplicato consumi) incide sull’ambiente.   E dalla capacità degli ecosistemi di tamponare le alterazioni antopogeniche.




martedì 7 febbraio 2017

Dieselgate, Fca paga per la sua miopia. Il futuro è elettrico

Articolo apparso sul "Fatto Quotidiano" il 13 Gennaio 2017


di Ugo Bardi

Ancora nel giugno del 2016, Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles (Fca), dichiarava pubblicamente che “le auto elettriche non sono il futuro”. Quasi subito dopo, tuttavia, Marchionne già cominciava a ripensarci e, in un recente articolo sul Sole 24 ore, si parlava di “svolta” con l’annuncio dell’aggiunta di veicoli 100% elettrici alla linea di produzione di Fca.

Si dirà “meglio tardi che mai”, certo, ma in questo caso il tardi è stato decisamente troppo tardi. L’annuncio del nuovo “dieselgate, dopo quello della Volkswagen del 2015, è stato un duro colpo per il gruppo Fca che si ritrova a non essersi saputo preparare per il futuro per una combinazione di incapacità di innovare, e mancanza di visione.

Quello che Marchionne e i suoi collaboratori hanno mancato di comprendere è la rivoluzione tecnologica che sta investendo il mondo dell’auto. La tecnologia che spinge i veicoli di oggi è ormai vecchia di oltre un secolo e quasi tutto quello che gira sulle nostre strade è oggi obsoleto altrettanto di come lo erano le macchine da scrivere quando sono state sostituite dai personal computer. Certo, ci eravamo abituati ai vecchi motori rombanti, una storia d’amore che risale al tempo della motorizzazione di massa degli anni 50. Ma quel tempo è ormai finito. Non ci possiamo più permettere questi arnesi puzzolenti, rumorosi e terribilmente inefficienti.
Pensate che un motore per autotrazione può avere un’efficienza, se va bene, del 25%, mentre un motore elettrico arriva tranquillamente all’80% e può fare anche di meglio. In più, dura anche molto più a lungo di un motore a scoppio. Ma la sentenza di morte per i motori a scoppio non arriva tanto dalla loro inefficienza, quanto dai limiti a quello che la tecnologia può fare per limitare i danni dovuti ai gas creati dalla combustione. Non che non si possa fare niente: i vari filtri tipo marmitta catalitica e filtri antiparticolato fanno quello che possono ma è impossibile ormai migliorare ulteriormente delle tecnologie che sono state ottimizzate al massimo. E nessun filtro può evitare l’emissione di gas climalteranti (anidride carbonica) da motori che bruciano combustibili fossili.

Dagli ultimi scandali che sono emersi, sembra evidente che l’ultima frontiera non era tanto la tecnologia ma cercare di svicolare i controlli (se non apertamente di imbrogliare). In sostanza, è finita un’epoca, l’epoca del motore a scoppio.
Ormai l’auto elettrica ha sbaragliato ogni competizione; al massimo avremo un periodo di transizione basato sulla trazione ibrida. Ma il futuro è chiaro, facciamocene una ragione: è un futuro tutto elettrico. Ed è anche un futuro più pulito.

venerdì 3 febbraio 2017

Una Vigna per le Case Automobilistiche: Il Disastro delle Rottamazioni

In questo articolo, Leonardo Libero mette il dito sulla piaga di un classico esempio di "greenwashing"; la rottamazione di vecchie auto ancora perfettamente in grado di funzionar. Il tutto fatto in nome dell'ecologia ma, in realtà, per fare un piacere alle case automobilistiche. Avrebbe avuto senso fare provvedimenti seri per passare a veicoli veramente a emissioni zero, come quelli elettrici ma si è preferito fare una politica che, in preatica, ha perpetuato la dipendenza del nostro sistema di trasporto stradale dai combustibili fossili. Ma gli errori si pagano, come si è visto nei recenti scandali che hanno riguardato la Volkswagen e la Fiat. E ora si tratta di passare ai veicoli elettrici partendo quasi da zero, una cosa che si sarebbe potuto e dovuto fare vent'anni fa. (UB)


Di Leonardo Libero




Nel 1966 il signor Irvin Gordon di Anchorage, Alaska, aveva acquistato un’auto da 1.770 cc di cilindrata, quindi piccola per un cittadino USA, e guidandola ogni giorno per 47 anni, al settembre 2013 le ha fatto percorrere quasi cinque milioni di chilometri - per la precisione,4.890.980 – che sono 12,7 volte la distanza dalla Terra alla Luna (http://thecarguys.my/2013/09/3-million-miles-volvo-1800s-120-laps-around-the-world/ ) .

Quell’auto, sia onore al merito, è una Volvo, ma è noto che Mercedes prevede per i suoi clienti una scala di premi al raggiungimento di 250.000, 500.000, 750.000, 1.000.000 e 1.610.000 chilometri ( https://en.wikipedia.org/wiki/Car_longevity), e che tutte le auto di tutte le Case sono progettate e prodotte per raggiungere una percorrenza di almeno 250.000 chilometri (http://business.time.com/2012/03/20/what-you-only-have-100k-miles-on-your-car-thats-nothing/ .

Nonostante tali attestati sulla possibile durata di un’auto, molti automobilisti europei sono costretti a sostituire ogni pochi anni la loro, anche se con pochi chilometri e in buono stato, con un’altra nuova, che dovranno sostituire anch’essa dopo pochi anni, anche se in buono stato e con pochi chilometri. Ciò accade dal 1992, con l’entrata in vigore della prima direttiva CEE sulle emissioni dei veicoli a motore, nei Paesi che, come l’Italia, hanno scelto di dare esecuzione a quella direttiva, e alle successive (*), non soltanto obbligando le Case a produrre o importare, da una certa data, solo veicoli meno inquinanti di quelli prodotti o importati in precedenza, ma anche forzando i cittadini ad acquistarli, se per qualunque motivo essi devono poter circolare sempre, con limitazioni “ambientali” del traffico dalle quali esentano solo le più recenti.

Una “scelta” che si fa sospettare frutto di lobbying, o peggio, in un Paese come il nostro, che anche nella classifica per corruzione percepita 2016 è 61mo, dietro ad alcuni del Terzo Mondo, però ha nelle sue carceri solo 228 condannati in via definitiva per reati economico-finanziari, mentre nelle carceri della Germania - 10ma in quella classifica - ce ne sono oltre 6.000 ( http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/24/corruzione-miracolo-italiano-siamo-primi-per-le-tangenti-ultimi-per-i-colletti-bianchi-in-carcere/2667976/ )

Una scelta oltretutto controproducente. Perché non ha ridotto l’inquinamento, che è anzi aumentato, e perché la grossa “vigna” che ci hanno potuto piantare le Case, oltre a pesare sui bilanci delle famiglie ed a sottrarre entrate agli altri settori economici, causa un enorme spreco di ENERGIA nuocendo così proprio a quell’Ambiente che le Direttive UE vorrebbero proteggere.

Il 66% dell’elettricità mondiale, infatti, è ancora tratta da fonti fossili, e per il 39% dall’inquinantissimo carbone (http://www.tsp-data-portal.org/Breakdown-of-Electricity-Generation-by-Energy-Source#tspQvChart). La sua produzione fa perciò emettere molta CO2, che è il principale responsabile dei cambiamenti climatici, nonchè particolato, CO, SOx, NOx, cioè gli stessi inquinanti per i quali si criminalizzano i motori diesel ( http://www.eea.europa.eu/data-and-maps/indicators/en09-emissions-co2-so2-and/emissions-co2-so2-and-nox )

Come accennato, la percorrenza minima programmata per tutte le auto è di 250.000 chilometri. Ed è quindi al raggiungimento di almeno quel traguardo che il loro “costo energetico” può dirsi ammortizzato. Ma la percorrenza media annua delle auto per esempio italiane è stata nel 2015 di soli 11.000 km ( http://www.earthday.it/Citta-e-trasporti/Gli-italiani-in-automobile-11mila-km-l-anno ) e di 12.000-13.000 nel decennio precedente. Per cui la maggioranza di quelle rottamate per “ragioni ambientali” ha impiegato (o avrebbe impiegato ) circa 10 anni per ammortizzare appena la metà di quel costo.

La rottamazione-sostitutiva di un'auto con meno di 250.000 chilometri comporta quindi: a)- lo spreco della quota del suo costo energetico non ancora ammortizzata; b)- l'anticipata "spesa" del costo energetico della rottamazione, non grande, ma nemmeno trascurabile; c)- l'anticipata "spesa" dell’ingente costo energetico dell'auto sostitutiva.

La misura del danno climatico così prodotto deve quindi partire dal costo energetico medio di una auto; che secondo Wikipedia è di circa 30.000 kWh ( pari 10 anni di consumi elettrici di una famiglia media ) (https://de.wikipedia.org/wiki/Graue_Energie#cite_note-.C3.96BUJF-2).

Perciò, poiché in Europa si vendono auto prodotte in tutto il mondo e poiché la media mondiale di CO2 emessa per ogni kWh prodotto è stata, per esempio nel 2014, di 518 grammi ( https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_carbon_dioxide_emissions ) si può affermare che produrne una in quell’anno ha causato l’emissione di 30.000 x 518 = 15.540.000 grammi = 15,54 tonnellate di CO2 , che le 13.006.451 vendute nel 2014 in Europa, spesso per sostituirne altre rottamate, ne ha fatto emettere 13.006.451x15,54 = 202.120.248,54 tonnellate ed osservare che è stato anche per quel non trascurabile contributo se nel 2015 il tasso atmosferico di CO2, che negli 800.000 anni precedenti non era mai andato oltre le 300 parti per milione, e raramente oltre le 250, ha raggiunto e superato le 400:


L’idea che quella scelta avrebbe fatto diminuire l’inquinamento urbano poteva essere plausibile, ma solo fino al 1999, anno in cui il prof. Hans Peter Lenz, dell’Università di Vienna, pubblicò i risultati di accurate ricerche, fatte da lui e dal suo staff in Germania ed in Austria, nel libro “Emissions and air quality” (https://www.abebooks.com/Emissions-Air-Quality-Hans-Peter-Lenz/12686586853/bd ). Essi avevano infatti rivelato che i veicoli a motore termico NON SONO la principale fonte di inquinamento e che della quota minoritaria con la quale vi concorrono la maggior parte NON E’ quella prodotta dai motori bensi quella sollevata da terra dalle ruote.

Peccato che quel libro ed il suo illustre autore siano stati ignorati dalla “grande informazione” cartacea e non, ed anche da quella del settore motoristico, con la sola eccezione, in Italia, del mensile “Auto” che nel 2006 ha pubblicato questo articolo dell’ing. Enrico De Vita, relativo a quel libro http://www.automoto.it/eco/polveri-sottili-tutto-quello-che-non-vi-dicono.html. Articolo nel quale si potevano vedere questi due diagrammi a torta sulle fonti generali e locali degli inquinanti:






e si poteva leggere: "Due cose sono chiarissime: primo, il 9% del 26%, attribuito ai gas di scarico delle auto nel traffico locale, equivale al 2,5% del totale; come dire che quando in certe aree si proibisce la circolazione di tutte le auto (a benzina, a gasolio, Euro 0 o Euro 5), si riducono le polveri emesse della stessa percentuale; secondo, quando si introducono norme più severe per gli scarichi delle nuove vetture, si interviene su una frazione infinitesimale di quel 2,5%, ma non si modifica in alcun modo quella ben più grande prodotta e sollevata dai pneumatici (che nel traffico locale vale 3 volte di più)".


Il fatto che i picchi di inquinamento urbano si verifichino sempre e solo d’inverno avrebbe dovuto suggerire fin da principio, ai decisori dei rimedi da adottare, di tenere particolarmente d’occhio i riscaldamenti, che d’estate non ci sono mentre di auto ne circolano forse anche di più.


Ci ha pensato l’ing. Dario Faccini con tre lunghi articoli, scritti in base a dati ufficiali, pubblicati nel 2015-2016 sul sito web di ASPO Italia, associazione di sicura fede ambientalista, e che l’autore raccomandava di leggere “bevendo molta, molta camomilla” (https://aspoitalia.wordpress.com/2015/12/30/inquinamento-il-colpevole-nascosto/ ).


Vi risulta infatti, in breve, che le diminuzioni di potere inquinante dei veicoli termici, ottenute dal 1992 in poi anche grazie alle Direttive UE, sono state largamente vanificate ………dai riscaldamenti a biomasse (legna e pellets); i quali, a partire dal 2003, sono dilagati a valanga in sostituzione di quelli ad altri combustibili, ma si sono rivelati 100 volte più inquinanti di Gasolio e GPL e 2000 volte più del metano.


Il lato comico della cosa - se si potesse riderne – è che lo Stato italiano ha incentivato, anche con soldi pubblici, la rottamazione sostitutiva delle auto considerate “sporche” ed ha incentivato anche i riscaldamenti a biomasse perchè tale fonte è rinnovabile (ma non per questo “pulita” ).


Quegli articoli hanno avuto oltre 50.000 accessi da internauti, ma dalla “grande informazione” e da quella specializzata hanno avuto lo stesso rilievo dato, quattro anni prima, al libro di Hans Peter Lenz (non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere). Nella migliore delle ipotesi, il motivo potrebbe stare nel timore di perdere la forsennata quanto succulenta pubblicità alle auto, arrivata ormai a superare per intensità e frequenza quella ai più comuni prodotti di uso quotidiano.


Quanto poi al motivo di tale campagna pubblicitaria, scatenata anche dalle Case più illustri , lo credo connesso ai piazzali dei concessionari, strapieni di auto malgrado tutto invendute, che si possono vedere nei dintorni delle città (programmi produttivi troppo presuntuosi ?).


Leonardo Libero


31 gennaio 2017


(*) La direttiva è uno degli strumenti giuridici che le istituzioni europee possono utilizzare per attuare le politiche dell’Unione europea (UE). Si tratta di uno strumento flessibile usato principalmente per armonizzare le leggi nazionali. Essa richiede ai paesi dell’UE di raggiungere determinati risultati, ma li lascia liberi di scegliere le modalità . (http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=URISERV:l14527 )





lunedì 30 gennaio 2017

La fallacia di Tiffany: la torta dei minerali si sta rimpicciolendo e gran parte di quello che ne rimane non ce lo possiamo permettere

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR


Audrey Hepburn nel film del 1961 “Colazione da Tiffany”. Dal titolo del film, prendo il concetto di “Fallacia di Tiffany”: non è sufficiente vedere i gioielli dall'altra parte della vetrina per averli. Devi pagarli. La stessa cosa vale per le risorse minerarie. Potrebbero esserci un sacco di di riserve petrolifere sulla carta, ma se le vuoi devi pagare per la loro estrazione. Quello che segue è un estratto leggermente modificato dal libro “L'effetto Seneca”.


Nei dibattiti che hanno a che fare con l'energia ed i combustibili fossili, è piuttosto comune leggere o sentire affermazioni come “il petrolio durerà 50 anni all'attuale tasso di produzione”. Si può sentire anche che “abbiamo ancora mille anni di carbone” (Donald Trump ha affermato esattamente questo durante la campagna presidenziale statunitense del 2016). Quando queste affermazioni vengono fatte ad una conferenza, a volte si può percepire il sospiro di sollievo del pubblico; più vengono pronunciate, più l'oratore sembra essere sicuro di sé. Questa reazione è comprensibile se la valutazione di una lunga durata dei combustibili fossili corrispondesse a quello che ci possiamo aspettare per il futuro. Ma possiamo davvero aspettarcelo?

giovedì 26 gennaio 2017

Sberle e clima, è cambiato qualcosa?


Classe III A  della scuola elementare di Valpisello.  Durante il dettato un bambino si agita, interrompe e tira una pallina di carta ad un compagno.  La maestra lo rimprovera, ma lui non smette.

Allora la maestra gli allunga uno scapaccione, poi lo afferra per un orecchio, lo trascina dietro la lavagna e ce lo lascia in castigo fino alla fine dell’esercizio.

Qualcosa di strano?   Ambientato nel 1965, questo sarebbe un quadretto di quotidiana vita scolastica.   Se invece lo ambientiamo nel 2015 è uno scandalo che finisce in tribunale e sulle prime pagine della stampa nazionale.  

In altre parole, lo stesso identico evento, situato in un periodo storico è del tutto ordinario, mentre in un altro è un “evento estremo”.    Ma se non è cambiato l’evento, cosa è cambiato?  Facile: il contesto del medesimo.

Un esempio a caso per far capire che nessun evento può essere ragionevolmente valutato se avulso dal suo contesto.   Nella vita quotidiana di una scuola elementare, così come nel clima del Pianeta.

Eventi ordinari ed eventi estremi.

Dunque cosa fa la differenza fra eventi ordinari ed eventi estremi?   Per cominciare la frequenza.   Quando nevicava abbondantemente tutti gli inverni la cosa non faceva notizia, mentre la fa ora che nevica saltuariamente anche in montagna.    Un po’ come le punizioni a scuola che un tempo erano quotidiane ed ora del tutto occasionali.

Un secondo elemento è rappresentato dalla preparazione delle persone all’evento.   Quando succede qualcosa che ci si aspetta, bene o male si è pronti ad affrontarlo.   Viceversa, quando accade qualcosa di inatteso strutture, attrezzi, abitudini non sono idonei alla bisogna.   Ancora peggio, la grande maggioranza della gente non sa che fare, pasticcia e crea difficoltà che potrebbero facilmente essere evitate.

Analogamente, uno della mia generazione sapeva che se dava fastidio in classe poteva prendere uno scapaccione.   Se succedeva sapeva cosa fare: bagnarsi la gota e l’orecchio con l’acqua fredda e, soprattutto, non raccontarlo a casa perché rischiava di prenderne altri tre o quattro sul conto.

Un terzo fattore è l’impatto psicologico.   Tempo fa i bambini sapevano che i grandi avevano il diritto di punirli ed anche dargli una sberla se si comportavano male.  Così, quando succedeva, era molto spiacevole, ma non traumatizzante.

Viceversa, un bambino attuale vive nella certezza della sua assoluta inviolabilità cosicché, se la maestra lo mena, rimane sconvolto ancor più che dolorante.   Ma la differenza c’è anche dalla parte della maestra.   40 anni fa sberle e rigate sulle mani facevano parte del mestiere e come tali venivano gestite.  Oggi, una maestra che arriva a dare uno scapaccione ad un bimbo deve già essere in uno stato di stress estremo.   Dunque, mentre nel primo caso il fatto costituiva uno sgradevole incidente, nel secondo è indice di una situazione grave e provoca conseguenze esorbitanti.

Analogamente, un tempo le persone sapevano che l’inverno e la neve sono pericolosi e cercavano di proteggersi sapendo che, comunque, la possibilità di essere danneggiati, di ammalarsi od anche di morire erano alte.   Quando accadeva era una cosa dolorosa, ma non sconvolgente perché rientrava comunque entro i parametri del modello mentale utilizzato per rapportarsi alla realtà.

Al contrario, non solo i bambini, ma anche gli adulti attuali vivono spesso nell’illusione che la tecnologia ed il progresso ci mettano totalmente al riparo dai pericoli connessi con forze naturali quali la neve, le tempeste ed i terremoti.   Così, quando questi ci colpiscono, il trauma psicologico è spesso paralizzante.


Eventi estremi e GW.

 In questi giorni, come sempre al seguito di eventi meteorologici inconsueti, la stampa ed il web impazzano.   Da un lato c’è chi sostiene che questo evento dimostra che siamo sull’orlo dell’apocalisse climatica, anzi un passo oltre.   Dall’altro c’è chi, invece,  argomenta che non dimostra niente, anzi è normale.   Se si tratta di gente del mestiere, entrambi sostengono la loro posizione adducendo argomenti validi, dati reali e ragionamenti logici.   Peccato che mentano entrambi.

Per cominciare, vale la pena ripeterlo: la climatologia e la meteorologia sono scienze affini, ma diverse perché diversi sono i loro campi di indagine e, dunque, i loro metodi.   E nessun evento meteorologico, per estremo che sia, dimostra un bel niente in materia di clima.   Neppure la frequenza con cui si manifestano eventi di quel genere, ad esempio la frequenza delle tempeste, da sola può dimostrare niente, né pro, né contro la realtà del GW.

La climatologia è una cosa complessa ed anche i professionisti devono costantemente confrontarsi con i colleghi, specialmente quelli che non sono d’accordo con loro.   In un sistema della vastità e della complessità dell’atmosfera terrestre è scontato che si manifestino contemporaneamente tendenze diverse.  
Ad esempio, l’innevamento in Appennino e, in misura minore, sulle Alpi è diminuito, mentre altrove nel mondo è aumentato.  
E’ normale anche che su molti aspetti non vi sia completo accordo fra gli scienziati.   Ad esempio, sul bilancio energetico globale pesa di più il degrado dei suoli o la combustione di carbone?

Solo considerando l’insieme di tutti i fenomeni registrabili su periodi di parecchi decenni o secoli si possono individuare delle tendenze ed avanzare delle ipotesi realistiche.   Un lavoro che nessuno è in grado di fare da solo, ecco perché l’IPCC valuta annualmente migliaia di lavori scritti da migliaia di ricercatori e specialisti diversi.   E il risultato, piaccia o non piaccia, è che il clima sta cambiando ad una velocità mai vista perlomeno da 60 milioni di anni a questa parte.   Un fatto che principalissimamente (anche se non esclusivamente) dipende da noi, non solo per la famigerata CO2, ma anche per un sacco di altre cose che vanno dal disboscamento al degrado dei suoli, fino allo sterminio della biodiversità.

Questo è il verdetto di tutti i principali climatologi del mondo e dell’IPCC.

Possiamo fidarci, specialmente perché finora ogni volta che questo illustre consesso si è sbagliato lo ha fatto per eccesso di prudenza e di ottimismo.

Torniamo a scuola.

Cosa tutto ciò ha a  che fare con la nostra manesca maestra ed il nostro discolo?    Questo:  100 anni fa 2 metri di neve e temperature largamente sottozero o centrale erano quasi normali in Appennino, mentre oggi sono un “evento estremo”.   Se non sono cambiati i fatti, deve essere cambiato il contesto

E'  vero che c’è una sproporzione lampante fra il peso mediatico degli eventi meteo estremi e la reale incidenza dei medesimi.  Ma, a mio avviso, proprio il fatto che situazioni normali in un’ottica di lungo periodo risultino sconvolgenti nel presente è un fatto che ci dovrebbe far riflettere.   Certo, influiscono anche altri fattori.  Ad esempio l’aver costruito tutto dappertutto e la nostra infantile pretesa che si possa vivere senza pericolo.



Tuttavia, quando il semplice, fugace ritorno a condizioni climatiche un tempo normali costituisce un fatto eccezionale, abbiamo la misura di quanto grave e rapido il cambiamento sia.